Iran: oltre 2.000 siti di gioco illegale al centro di un sistema da 4 miliardi di dollari in criptovalute

Una rete di oltre 2.000 siti di gioco illegale in lingua farsi avrebbe raccolto scommesse dentro l’Iran attraverso il circuito nazionale dei pagamenti elettronici, per poi convertire gli incassi in criptovalute e immetterli sui mercati internazionali, aggirando le sanzioni che tagliano fuori Teheran dal sistema bancario globale.

È quanto ricostruisce un’inchiesta di Reuters pubblicata il 31 luglio, secondo cui lo snodo dell’operazione è stato un exchange privo di licenza con sede a Dubai, Shelbit, dal quale sono passati almeno 4 miliardi di dollari da maggio 2024. La ricostruzione si basa sui dati di due società di investigazione sulla blockchain, sull’analisi del ricercatore indipendente Rich Sanders e su oltre trenta testimonianze, oltre che sulla mappatura dei domini realizzata con la società di sicurezza informatica Infoblox.

Come funzionava il circuito

Il gioco è vietato in Iran, dove l’articolo 705 del codice penale prevede fino a sei mesi di reclusione e 74 frustate, con l’estensione della norma alle scommesse online introdotta nel 2023. I portali individuati dall’inchiesta offrivano però un collegamento diretto al circuito dei pagamenti nazionale, che è governato dalla banca centrale iraniana e comprende le carte bancarie e i trasferimenti di denaro.

Dei 4 miliardi di dollari complessivi transitati da Shelbit, almeno 130 milioni sono arrivati da un solo sito di gioco della rete. Altri 125 milioni erano riconducibili direttamente alla banca centrale di Teheran e circa 20 milioni a un’operazione di estrazione di bitcoin attiva nel Paese, passati attraverso portafogli intermedi che ne mascheravano l’origine. L’estrazione di criptovalute è legale in Iran dal 2019 ed è diventata uno dei canali con cui il Paese si procura valuta pregiata dopo l’esclusione dai circuiti bancari internazionali.

L’ufficio di Dubai e i legami con le entità sanzionate

Shelbit risultava registrata in un ufficio del quartiere Deira di Dubai, raggiungibile attraverso la hall di un albergo economico e privo di qualsiasi insegna riconducibile alle criptovalute. Il fondatore è Siavash Kayvanpour, cittadino iraniano residente negli Emirati Arabi Uniti, al quale è intestata anche una società di commercio di orologi con la stessa sede. Al momento delle verifiche l’exchange non aveva più un sito internet e non risultava accessibile al pubblico, pur avendo continuato a movimentare capitali. Kayvanpour non ha risposto alle richieste di commento, così come il governo iraniano.

Le società di analisi hanno rilevato interazioni di Shelbit con Nobitex, l’exchange iraniano sanzionato quest’anno dagli Stati Uniti, e con indirizzi che il governo israeliano ha collegato ai Pasdaran. Proprio l’assenza di operatività verso il pubblico e i rapporti diretti con soggetti sanzionati hanno portato gli analisti a ritenere che l’intero flusso fosse controllato dallo Stato iraniano. I trasferimenti sono proseguiti anche nelle settimane della guerra di febbraio con Stati Uniti e Israele e dopo i bombardamenti iraniani sugli Emirati, quando un drone colpì un obiettivo a meno di un chilometro dall’ufficio dell’exchange.

Il controllo dei Pasdaran sul gioco online iraniano

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica avrebbe preso il controllo del gioco online circa dieci anni fa, quando il settore aveva iniziato a crescere, secondo quanto riferito da un ex funzionario governativo iraniano e da altre fonti sentite dall’agenzia britannica. La stessa ricostruzione attribuisce ai Pasdaran il reclutamento di artisti e influencer per promuovere i portali presso i loro milioni di follower. Reuters ha precisato di non aver potuto stabilire chi controlli direttamente la rete di siti e Shelbit, né dove sia finita gran parte delle criptovalute movimentate.

Per John Wojcik, ex ricercatore di Infoblox oggi analista di TRM Labs, si tratta della “più grande rete iraniana di gioco illegale mai scoperta”. Nel marzo 2024 il ministero dell’Intelligence di Teheran aveva annunciato lo smantellamento della rete Nitro Bet, composta da 54 siti e all’epoca definita la più estesa del Paese. Secondo gli ex funzionari, le operazioni di repressione servono a eliminare i concorrenti più che a tutelare i cittadini. La rete oggetto dell’inchiesta è risultata di gran lunga più ampia e ha continuato a operare.

Due influencer davanti alla rete di siti in lingua farsi

I portali sono stati promossi da Sasha Sobhani, figlio di un ex ambasciatore iraniano e attivo da Madrid, e da Pooyan Mokhtari, cantante e influencer che si è spostato tra alberghi di lusso di Hong Kong dopo essere stato espulso da Dubai. Entrambi hanno negato che i siti da loro promossi siano collegati tra loro, ma Infoblox li ha ricondotti a un’unica rete: pur essendo stati registrati in tempi diversi, con nomi differenti e marchi distinti, i domini condividono lo stesso software e altre caratteristiche tecniche.

I due, insieme a Kayvanpour, sono stati condannati in contumacia in Iran nel 2023 in un procedimento per gioco illegale, con pene di due anni per gli influencer e di tre mesi per il fondatore dell’exchange. Teheran aveva ottenuto anche notifiche rosse dell’Interpol, che portarono al fermo dei due in Spagna, dove allora risiedevano, prima di essere ritirate su richiesta degli interessati. Reuters ha individuato oltre 60 influencer iraniani impegnati nella promozione dei siti, circa la metà dei quali con più di un milione di follower.

Mokhtari è stato arrestato dalla polizia di Dubai a fine marzo con l’accusa di aver finanziato gruppi terroristici iraniani ostili agli Emirati, trattenuto per 35 giorni e poi espulso, con la confisca dei conti bancari e di un’abitazione da 5 milioni di dollari. L’influencer ha reso noto di aver vissuto negli Emirati sotto falsa identità, con un visto decennale intestato a un cittadino di Vanuatu, e ha respinto le accuse dichiarando di non appartenere ai Pasdaran né ad altri gruppi militari iraniani.

Dopo la chiusura del suo profilo Instagram, che contava un seguito superiore a quello di Sobhani, si è spostato su Vatan, un social network in lingua farsi costruito attorno al gioco che dice di aver creato. Anche Sobhani ha negato ogni coinvolgimento in riciclaggio, finanziamento del terrorismo o aggiramento delle sanzioni, sostenendo che il suo rapporto con il portale abt90 si sia limitato alla pubblicità a pagamento sui social.

I 676 milioni transitati su Binance e lo stop del regolatore di Dubai

Dagli indirizzi riconducibili a Shelbit sono arrivati a Binance almeno 676 milioni di dollari da maggio 2024, di cui circa 540 milioni dopo la sanzione pecuniaria comminata dall’autorità di Dubai per gli asset virtuali, la VARA, per esercizio non autorizzato. Binance ha replicato che Shelbit non ha mai avuto un conto sulla sua piattaforma e che i flussi non sono stati classificati come ad alto rischio da una società terza di analisi blockchain, aggiungendo di aver congelato i conti collegati e di averli segnalati alle autorità. Nel 2023 la piattaforma aveva pagato negli Stati Uniti una multa da 4,3 miliardi di dollari per violazioni della normativa antiriciclaggio, comprese operazioni in criptovalute riconducibili all’Iran, e a dicembre ha ottenuto le licenze necessarie a operare negli Emirati.

Il 24 luglio la VARA ha pubblicato un avviso in cui contesta a Shelbit la violazione della normativa antiriciclaggio e contro il finanziamento del terrorismo, ordinando la cessazione immediata di ogni attività non autorizzata sugli asset virtuali. Il regolatore sta esaminando il ruolo dell’exchange e la più ampia rete di soggetti iraniani attivi nel gioco illegale tramite criptovalute. L’Ofac, l’ufficio del Tesoro statunitense che gestisce le sanzioni, ha fatto sapere di essere a conoscenza delle segnalazioni e di considerarle con la massima attenzione. fp/AGIMEG