La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate in una controversia relativa a un accertamento fiscale emesso nei confronti di una ditta individuale titolare di un pubblico esercizio, dopo il sequestro di un apparecchio da gioco risultato non autorizzato e non collegato alla rete telematica ADM-Sogei.
La vicenda nasce da un accesso della Guardia di Finanza in un esercizio pubblico, all’esito del quale era stato rinvenuto un apparecchio da gioco privo del codice identificativo, del titolo autorizzatorio e del nulla osta previsto dalla normativa. L’apparecchio risultava inoltre scollegato dalla rete statale deputata alla rilevazione delle somme giocate. Sulla base di questi elementi, ADM aveva determinato l’imponibile sottratto a tassazione in via forfettaria, calcolandolo in 3.000 euro al giorno per 365 giorni, per un totale di 1.095.000 euro.
La vicenda fiscale
Dopo la segnalazione di ADM, l’Agenzia delle Entrate aveva utilizzato la stessa base imponibile per emettere un avviso di accertamento relativo al 2015. L’Ufficio aveva contestato un maggior reddito d’impresa rilevante ai fini Irpef e Irap pari a 273.500 euro, oltre a Iva non dichiarata per 60.225 euro.
In primo grado, la Corte di Giustizia Tributaria di Salerno aveva respinto il ricorso del contribuente, ritenendo legittimo l’operato dell’Ufficio. In appello, però, la Corte di Giustizia Tributaria della Campania aveva ridotto la pretesa fiscale, osservando che la presunzione dei 3mila euro giornalieri non era assoluta e poteva essere superata da elementi contrari. I giudici regionali avevano quindi rideterminato la base imponibile in 78.000 euro, valorizzando alcune circostanze concrete: l’apparecchio era stato sequestrato il 9 novembre 2015, quindi non poteva presumersi operativo per tutti i 365 giorni dell’anno; al momento dell’accesso erano stati trovati appena 61,50 euro nell’apparecchio; nello stesso locale erano presenti altri sette apparecchi regolari, sui quali potevano distribuirsi le giocate della clientela.
La decisione della Cassazione
La Cassazione ha condiviso il principio generale affermato dai giudici regionali: il criterio dei 3.000 euro al giorno non è una presunzione assoluta. Secondo la Corte, il contribuente deve poter dimostrare che, nel caso concreto, l’imponibile effettivo era inferiore rispetto a quello calcolato in modo forfettario dalla legge. Diversamente, si rischierebbe di tassare una capacità economica non realmente esistente.
Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto errato il modo in cui la Corte regionale ha applicato questo principio. Secondo i giudici di legittimità, una volta prevista dalla legge una base imponibile forfettaria, spetta al contribuente fornire una vera prova contraria. Il giudice non può limitarsi a sostituire al criterio legale una propria stima, fondata su valutazioni ipotetiche. Nel caso specifico, la Corte regionale aveva ipotizzato che il volume giornaliero delle giocate sull’apparecchio non superasse i mille euro, anche per la presenza di altri apparecchi regolari nel locale. Per la Cassazione, però, questa ricostruzione non era basata su una prova concreta fornita dal contribuente, ma su una valutazione equitativa non consentita nel processo tributario.
La Cassazione ha quindi cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado della Campania, in diversa composizione. mg/AGIMEG










