Moderato dal direttore di Agimeg, Fabio Felici, si è svolto all’IGE, Italian Gaming Exhibition and Conference, l’incontro sul tema: “Media & gioco pubblico: l’importanza di una informazione corretta su giornali, radio e TV”.
Gianluca Moresco, capo redattore presso l’Ufficio Centrale – La Repubblica, ha detto che “un tema come l’industria del gioco va affrontato come qualsiasi altro tema di carattere economico. Quindi, in modo neutro e con l’attenzione ai cambiamenti che in questi ultimi 30 anni l’hanno trasformata sia per gli aspetti tecnologici che per le modalità di fruizione.
Basta pensare a come è cambiato il gioco che si divide oggi tra terrestre e online.
Alla fine degli anni ’80 c’erano quasi 800.000 videopoker in tutto il Paese, che erano i responsabili di un grosso business della malavita. Togliendolo a queste organizzazioni, grazie a una normativa che le ha inserite nel gioco pubblico, la discussione si è spostata su quanto fa male il gioco”.
Settore giochi: un’industria frammentata tra online e retail
“Credo, poi, si debba tenere conto che l’industria del gioco non è un unico corpo. Abbiamo il mondo dei giochi numerici, quello delle macchinette, quello delle scommesse, quello dei casinò (completamente separato dagli altri); e poi la parte web di tutti questi stessi giochi.
Come si fa a considerare tutto questo come elementi della stessa industria? Pensiamo al poker che viene considerato molto pericoloso. Contemporaneamente, i tornei, soprattutto all’estero, vedono la partecipazione di migliaia di persone senza che nessuno lo consideri un gioco pericoloso. Tant’è che negli Usa è stata fatta una normativa che l’ha classificato come attività lavorativa a tutti gli effetti.
Se l’industria del gioco, nel suo complesso, pensa che da qui ai prossimi 100 anni riuscirà a far passare nei media generalisti un messaggio positivo sulle slot, ha già perso la partita. Per la semplice ragione che la slot, nata alla fine dell’800, è oggi uno strumento ipertecnologico che ha delle forti possibilità di causare ludopatia, E così si crea una miscela esplosiva. Credo che, invece, ci si debba chiedere: come si può prendere questa industria nel suo complesso?”, ha aggiunto.
Industria del gioco: tra poker, scommesse e giochi numerici
“E credo che siano stati fatti, comunque, passi da gigante. Per esempio, la Gazzetta dello Sport, ha una sezione dedicata al poker sportivo del quale viene riportato come qualsiasi altro sport.
Pensiamo alle scommesse, che spesso hanno come uomini immagine campioni dello sport. La stessa industria del gioco che si occupa di scommesse ha messo in piedi anche un meccanismo di protezione del giocatore online che viene studiato da altri Paesi come un esempio interessante da emulare.
Mi viene in mente il mondo dei giochi numerici: nel 1940 veniva scritta da Eduardo la commedia “Non ti pago” che raccontava di una vincita al lotto. E quello è un gioco considerato il gioco dei sogni. Ma è un pezzo dell’industria che va sullo stesso binario del poker, delle scommesse, delle slot. Non credo che si consideri ludopatico il giocatore al lotto. Anzi, gli introiti di questo gioco sono stati utilizzati anche per il recupero di importanti parti del patrimonio culturale italiano.
Certo, dobbiamo anche pensare che molti bar sopravvivono grazie alle slot. Ma dobbiamo pensare che in un bar può entrare un bambino e trovare le slot che si trovano anche nel casinò, dove un minorenne non può entrare”, ha detto.
Decreto Dignità: il nodo della pubblicità sul gioco
“Se parliamo, invece, di pubblicità, il Decreto Dignità credo sia stata una misura non appropriata. Adesso siamo a un’apertura con la pubblicità al gioco responsabile, per il quale le aziende devono obbligatoriamente destinare lo 0,2%.
Il giorno in cui sono uscite le linee guida, negli Usa hanno fatto un accordo per trasmettere in diretta tv i mondiali di poker. C’è qualcosa che non torna. Siamo arrivati al punto che per vedere le quote dei giochi si costruivano dei racconti che bypassavano i divieti.
La pubblicità consente alle persone di conoscere un’industria, come quella anche del gioco. Possiamo mettere delle limitazioni, come quelle sugli orari. Ma perché impedire di raccontare una realtà?”, ha concluso. gpm/AGIMEG

