Intervista a Giuliano Frosini (IGT): dal riordino del gioco pubblico al rapporto con la politica, dall’importanza della rete fisica al divieto di pubblicità, fino all’incognita del metaverso

Dal valore della rete fisica all’atteso riordino del gioco pubblico, dal rapporto politica-gioco al divieto di pubblicità, dalla scelta di puntare solo su Lotto e Gratta e Vinci all’importanza del mix fra tradizione e innovazione passando per l’incognita del Metaverso: tanti i temi trattati, in un’esclusiva intervista rilasciata al direttore di Agimeg Fabio Felici, da Giuliano Frosini, Senior Vice President Institutional Relations, Public Affairs and Media Communication di IGT.

Sono passati circa 3 anni dalla scelta di concentrare la vostra attività solo su Lotto e Gratta e Vinci. Qual è il bilancio di questo triennio?

“In un mercato come quello del gioco pubblico sono possibili due strade: o consolidi o vendi. Alla fine, la scelta dell’azienda è stata quella di vendere. Devo dire che ci riteniamo molto soddisfatti di quello che è avvenuto dopo questa scelta.

Prima di tutto perché questa operazione ci ha dato la possibilità di concentrarci sulle lotterie in Italia. La nostra idea è che questo segmento possa continuare ad essere molto amato dai giocatori. Questo è possibile anche grazie ad un’innovazione quotidiana che la rende un ever green del portafogli giochi.

Una innovazione che “ringiovanisce” la tradizione, sempre sostenuta in modo concreto da policy attente e innovative messe in campo dal Regolatore e dal gruppo giochi dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Un pensiero va anche ai tanti colleghi che lavorano su questi prodotti, utilizzando nuove tecnologie per stare al passo con i tempi.

Tali frontiere dell’innovazione e della tradizione sono percorribili anche grazie al presidio fisico della rete dei punti di vendita: la rete è la sentinella dei consumatori affinché quest’ultimi possano fruire di una esperienza di gioco sempre sicura e sostenibile. Si può immaginare che tali innovazioni possano essere proficuamente colte perché nei punti di vendita fisici sono sempre garantite quelle prospettive di sicurezza e di ordine pubblico che sono tra i capisaldi della nostra concessione.

E’ un periodo di grande fermento per il gioco pubblico in vista dell’atteso riordino del settore. La tua visione del settore nel medio-lungo termine fa parte della storia delle nostre interviste e quindi come pensi andrà a finire la questione del riordino?

Questa è una bella domanda. Io sono un grande appassionato di citazioni e stavolta mi fai venire in mente il maestro Yoda di Guerre Stellari: “fare o non fare. Non c’è provare!”. Credo che finora il riordino non si sia fatto per evitare un contrasto tra le istituzioni sul modello distributivo, che resta il cuore del riordino.

Adesso è il momento di fare, non di provare. E’ il momento di fare perché ci sono condizioni piuttosto favorevoli per un’intesa tra Stato ed Enti Locali: una di queste è che il Governo, quindi la politica, è più forte. Inoltre, negli uffici di diretta collaborazione dei ministri, c’è un gruppo di esperti che ha una conoscenza storica di queste questioni.

E infine, c’è anche un’industria più matura, cioè pronta a cogliere queste novità e ad utilizzarle anche in una chiave di investimenti sostenibili. Ho sempre affermato un principio e lo ribadisco anche in questa occasione. Non si può non partire dalla riaffermazione della riserva statale e del modello concessorio.

La mia opinione è che le decisioni devono nascere a livello statale. Poi ovviamente vanno considerati gli aspetti contemperativi e gli aspetti mitigativi che le norme concorrenti, come si chiamano oggi, si prefiggono. E quindi vanno considerate molto attentamente le situazioni di rischio che di volta in volta andranno analizzate anche sui territori. Io, però, non penso che sarebbe intenzione di nessuno tappezzare i territori di nuova offerta di gioco.

Penso invece che, se si partisse dall’esistente e se ne considerassero i modi e le forme, sarebbe un buon principio. Io credo che questa possa essere una fase più proficua di quella del passato perché ci sono spunti sui quali lavorare. Per prima cosa, è un po’ più chiara la richiesta di compartecipazione da parte degli enti locali. E poi perché il tanto tempo trascorso – l’ultimo tentativo concreto risale già a quasi dieci anni fa – se da un lato è un male, dall’altro ha aperto le porte alle tante innovazioni tecnologiche, che ormai fanno miracoli.

Ricerca, sviluppo e intelligenza artificiale consentono di avere monitoraggi costanti di luoghi, device, giocatori e dei loro comportamenti. Se il punto resta la riduzione e il controllo dell’offerta di gioco, considerata giustamente assai capillare, non c’è più bisogno di tenere lontani i giocatori; ma più proficuamente valutarne i comportamenti e prevenire eventuali approcci problematici. Penso che l’intera industria sosterrebbe un riordino che preveda investimenti sostenibili in tal senso da scambiare con stabilità e certezza delle regole, come per una qualunque altra industria o settore.

Rimanendo in campo politico, lo scorso anno hai dichiarato che la politica dovrebbe smettere di considerare “radioattivo” occuparsi del gioco pubblico. Cosa dovrebbe fare il settore per contribuire a “smaltire” questa radioattività?

Credo che finora sia mancata un po’ di propensione alla rappresentanza unitaria dei propri interessi, cosa che non guasterebbe. Più questi modelli di rappresentanza sono qualificati, infatti, e più le istituzioni e gli interlocutori politici si sentono a proprio agio nell’affrontare le questioni con le cosiddette terze parti. Va detto, però, che anche in quei settori considerati più ‘nobili’, come ad esempio l’energia, il gas, le telecomunicazioni, la frammentazione della rappresentanza è tipica di interessi poco convergenti.

Questi settori, tuttavia, hanno trovato il modo di adattarsi, di trovare punti d’incontro, di contemperare. Forse quello che ancora manca al settore del gioco pubblico, figlio di quelle proficue operazioni di legalizzazione portate avanti talvolta talmente velocemente da avere uno sviluppo tumultuoso, è non aver raggiunto questa maturità.

Mi pongo, però, una domanda: sono queste esuberanze che hanno indebolito le policy o piuttosto sono le incertezze delle regole che hanno determinato questo ‘si salvi chi può’, per cui ognuno cerca di affermare i propri interessi come prioritari rispetto ad altri? Mi rispondo da solo: si cominci a denuclearizzare il comparto, a trattarlo con la dignità industriale che esso invoca e sono sicuro che l’occasione non andrà perduta”.

Sono invece 4 gli anni da cui è diventato operativo il divieto di pubblicità. Visto il fallimento degli obiettivi per il quale era stato imposto non credi sia giunto il momento di “riammettere”, magari in maniera diversa rispetto al passato, il settore nel mondo delle comunicazione?

Se la domanda è sul recente anniversario del cosiddetto Decreto Dignità e del suo articolo 9, il mio giudizio resta critico: la comunicazione, appropriata e disciplinata, è esiziale per dare un tratto contraddistintivo all’offerta legale. Faccio un esempio: torna ciclicamente la questione della discussione sulle sponsorizzazioni sportive.

Il mondo dello sport rivendica un pedaggio sulle scommesse, visto che il mercato si sostiene su un catalogo di eventi che effettivamente con lo sport hanno a che fare. Allora proprio nell’ambito del riordino si può ripensare complessivamente il profilo della fiscalità e destinare una quota a progetti sociali, sport compreso.

La comunicazione, le sponsorizzazioni, anche sportive, possono svolgere un ruolo importante, a patto che per accontentare tutti non si ricorra sempre a nuove tasse che poi, proprio perché sono aggiuntive, non accontentano nessuno. Il tempo della riammissione è maturo, però, a mio giudizio, ciò deve avvenire in un contesto generale di rivalutazione del comparto, non in una mera logica di raccolta di risorse.

Circa un anno fa mi ha accennato il discorso del Metaverso facendomi anche degli esempi su cosa stava succedendo in questa realtà parallela. Il Metaverso è quindi una pericolosa incognita o il futuro del gambling?

Prima di tutto va detto che oggi il Metaverso, in quanto tale, forse rappresenta più una pericolosa incognita per sé stesso. Se, invece, per un attimo abbandoniamo l’idea del brand e ci focalizziamo su quell’insieme di esperienze digitali che ogni tanto ci danno un appuntamento con il futuro, credo siano un vere entrambe le opinioni: è il futuro, ma in alcuni ambiti, quando arriva il futuro, bisogna che questa maturazione sedimenti, stimolando anche policy di regolazione.

È un mondo, infatti, che in sé offre tante importanti opportunità, ma che espone anche a rischi. Se parliamo di gioco legale, è necessario studiare il fenomeno, fare in modo che l’esperienza di gioco abbia le stesse garanzie che ha assicurate un consumatore che si reca in tabaccheria a giocare un ambo sulla ruota di Roma.

Anche qui penso ad un sistema concessorio: il fatto di indossare un casco da realtà virtuale non autorizza nessuno ad esporre l’utente ad un bombardamento di offerte magari non legali. Ma non sono preoccupato: anche qui c’è un presidio del regolatore pubblico che studia i fenomeni con le diramazioni dei suoi team di cybersicurezza. E poi c’è un attore vigile che è una eccellenza italiana, SOGEI, il cui ruolo forse è poco conosciuto, ma è pur sempre un’eccellenza. ff/AGIMEG