Stefano Gobbi, Responsabile terzo settore e innovazione di Sport e Salute, ha offerto al CSR Award una lettura molto pragmatica e documentata della realtà italiana, sottolineando come qualsiasi politica sportiva orientata alla coesione debba partire dalla conoscenza profonda del Paese.
“Parto dai dati e dalla conoscenza”, ha detto aprendo il suo intervento. “Non date per scontato che né i livelli centrali né quelli periferici conoscano esattamente la realtà. L’Italia è un Paese con 7.900 comuni, 6.900 sotto i 15.000 abitanti e 5.600 sotto i 5.000”. Una geografia che, ha ribadito, racconta un’Italia fatta di “piccole comunità e gigantesche aree interne, lontane dai servizi”. Pensare di moltiplicare le infrastrutture sportive per tutti i comuni, ha spiegato, “vorrebbe dire un investimento insostenibile”.
“Un Paese sempre più anziano richiede modelli sportivi diversi, accessibili e gratuiti”
Gobbi ha ricordato che la demografia italiana sta cambiando: “Siamo un Paese di over 65, con meno under 18. Dobbiamo immaginare modelli di attività che si adattino alla comunità di oggi e di domani”.
Il tema dell’accesso democratico allo sport, sancito dall’articolo 33 della Costituzione, comporta un impegno concreto: “Ci vuole più attività accessibile a costo zero. Non solo voucher, ma luoghi gratuiti e attività destrutturate”.
“Dallo sport organizzato allo sport attore sociale: un cambio epocale”
Secondo Gobbi, siamo di fronte a una trasformazione storica. “Per decenni lo sport è stato organizzazione, orari, disciplina, regole, partite, risultati. Oggi lo sport è un attore sociale”. Un attore che deve dimostrare, con dati e misurazioni, il proprio impatto sulla salute pubblica: “Le malattie croniche iniziano tra i 20 e i 30 anni. Se non hai maturato la cultura del movimento, ti arriveranno”.
Con l’aumento degli over 65, intere comunità avranno bisogno di servizi di benessere e salute che non possono ricadere solo sulla sanità: “Serviranno servizi dati dal sistema associativo e dal terzo settore, con un impatto economico sostenibile per i cittadini”.
“1,28 milioni di minori in povertà: servono reti vere”
Gobbi ha poi richiamato un dato drammatico: in Italia ci sono 1,28 milioni di minori in povertà assoluta o relativa. “Se dovessimo garantire l’accesso allo sport a questi minori non sarebbero sufficienti tutte le misure oggi in essere. Abbiamo bisogno di fare rete”.
Una rete che sia conoscenza, obiettivi condivisi e assenza di competizione sterile: “Bisogna superare l’individualismo abituale dell’associazionismo o dei finanziatori. Non c’è futuro se non collaboriamo per rendere lo sport davvero centrale nelle politiche pubbliche”.
“Lo sport è trasversale: lavoriamo con sei ministeri e migliaia di associazioni”
Gobbi ha spiegato che lo sport oggi è già un asse interministeriale: “Abbiamo progetti con il Ministero del Lavoro, con l’Istruzione, con lo Sport, con le Politiche Giovanili, con l’Ambiente, con gli Esteri”.
Ha ricordato che Sport e Salute ha finanziato 5.600 associazioni negli ultimi quattro anni, confermando la portata nazionale del lavoro.
“Conoscere il territorio, cooperare, smettere di procedere da soli: questa è la strada”
In chiusura, ha ribadito che tutto parte dalla fotografia del Paese reale e dall’azione congiunta: “Il lavoro da fare è molto, ma bisogna sapere qual è il contesto e lavorare concretamente sul territorio. Insieme”. sb/AGIMEG

