Il rapporto tra crypto asset e scommesse è stato al centro del panel ‘Crypto Asset, piattaforme di prediction: una scommessa dentro la scommessa?’ al Sigma di Roma. Ne hanno parlato Fabrizio Vedana, socio e direttore di Across Family Advisors e Across Fiduciaria, intervenuto come presidente di AssoCASP, l’associazione che riunisce i crypto asset service provider, e Paolo Catalfamo, presidente esecutivo di LifeStar Group.
I due relatori hanno ricostruito come le criptovalute siano passate da un mondo con poche regole a una vera e propria asset class, vigilata e soggetta al fisco. Hanno parlato anche del punto in cui oggi incrociano il settore del gioco.
Vedana ha spiegato: “Per tanti anni il mondo delle crypto è stato fatto di poche regole e tante scommesse: per questo era abbastanza vicino a quello del gioco. Oggi non lo possiamo più definire un mondo sregolato. È molto più regolamentato e vigilato: in Italia dalla Consob e dalla Banca d’Italia, ai fini antiriciclaggio dalla Guardia di Finanza. Lo stesso avviene all’estero.
Secondo il censimento, in Italia sono più di 2 milioni gli italiani che hanno investito e detengono crypto. Sono numeri importanti. In Inghilterra sono più di 10 milioni.
L’Italia è indietro perché il terreno, anche normativo, è stato meno fertile. In Inghilterra non è arrivata la regolamentazione europea MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation), una sorta di MiFID per le crypto. In Italia sì. Con la MiCAR c’è stata sicuramente una contrazione del numero di soggetti che volevano acquistare o detenevano crypto. Sono arrivati anche importanti risvolti fiscali: dal 2023 gli italiani che detengono crypto attività hanno l’obbligo di dichiararle al fisco e di pagarci le imposte. Lo Stato italiano aveva bisogno di soldi, forse più dell’Inghilterra.
In Europa, per effetto della MiCAR, ci sono circa 350 crypto asset service provider autorizzati. Sono soggetti che possono acquistare e vendere crypto, custodirle o fare consulenza, tra le altre attività. Di questi solo 10 sono autorizzati in Italia, 100 sono tedeschi e i maltesi credo siano una ventina o poco più.
Tutti possono operare in Europa – ha aggiunto -, quindi anche in Italia, con una semplice notifica all’autorità di vigilanza del Paese in cui decidono di operare. Un CASP tedesco o maltese, ad esempio, fa la notifica alla Consob, che in questo caso è l’autorità di vigilanza. A livello europeo c’è quindi un mercato enorme. Questo non vuol dire che tutti quelli che offrono servizi crypto su internet siano autorizzati a farlo.
Attenzione: solo i soggetti autorizzati e iscritti nell’albo di una delle autorità offrono le tutele previste dalla MiCAR. Gli altri no. È come scegliere tra la scommessa illegale e quella legale, fatta sui siti autorizzati a operare. Se i soldi spariscono e la scommessa è illegale, ci sono poche tutele e pochi strumenti di difesa. Se invece il gioco, così come l’acquisto delle crypto, avviene su un provider autorizzato, ci sono delle tutele. È la prima regola fondamentale e deve essere sempre chiara a chi si rivolge sia al mondo del gioco sia a quello delle crypto.
Anche la finanza tradizionale sta cambiando approccio. Dall’analisi che viene fatta ogni anno è emerso che nel 2025, per la prima volta, i family office hanno suggerito ai loro clienti di investire lo 0,8% del patrimonio in asset digitali. Questo, secondo me, risponde già alla domanda se le crypto si possano considerare una scommessa: sempre meno.
Regna però ancora sovrana l’ignoranza tra chi si avvicina a questo mondo. Ci sono ancora troppe crypto attività che di crypto hanno poco o niente. Pensiamo alla famosa meme coin di Trump, o a quella della moglie, che con le crypto hanno in comune solo una parte del nome. Quelle sì sono scommesse, alla stregua dell’acquisto di una figurina o di una carta Pokémon.
Vedo un avvicinamento progressivo, forse quasi invisibile, tra il mondo delle crypto e quello dei giochi. Il motivo è che il mondo dei giochi è fatto anche e soprattutto di pagamenti. Normalmente i pagamenti si fanno con carte di credito o di debito, che sempre più spesso sono emesse dai crypto asset service provider, dai vari exchange. Così il gestore dei giochi, magari a sua insaputa, riceve un pagamento con una carta che ha un sottostante in Bitcoin. A regolare la transazione provvede comunque Visa o il circuito che ha emesso la carta. L’incontro tra due mondi che sembrano così lontani c’è già stato, nella fase del pagamento.
I nostri associati si confrontano con un mercato fatto di banche che ancora oggi hanno il freno tirato. Con poche eccezioni, vedono quello delle crypto come un mondo per pochi. Dall’altra parte c’è lo Stato italiano, lo Stato fiscale, che sembra essere l’unico, almeno a livello europeo, a considerare le crypto una scommessa. Le tassa infatti al 33% invece che al 26%, come tutti gli altri strumenti finanziari.
Dal prossimo anno, poi, è previsto uno scambio di dati tra le agenzie delle entrate di tutto il mondo, proprio perché si è capito che le crypto sono asset valutabili. Chi detiene crypto in altri Paesi potrà quindi sentirsi chiedere se ha pagato le tasse”, ha concluso.
“Le criptovalute non sono un gioco, sono un’asset class”: l’analisi di Catalfamo
Catalfamo ha ripercorso la sua esperienza, cominciata a Malta nel 2018: “Ho iniziato a occuparmi di criptovalute nel 2018, accanto alla mia attività nei servizi finanziari tradizionali. All’epoca le criptovalute erano viste come qualcosa di molto simile al gioco. I regolamenti internazionali hanno poi limitato e coordinato gran parte delle attività. Oggi le criptovalute sono diventate a tutti gli effetti un’asset class, cioè un bene di investimento come l’oro o il platino. Resta una componente di speculazione, perché gran parte dell’intermediazione delle criptovalute è ancora legata all’investimento. Per sua natura, quindi, è legata anche alla speculazione.
Malta ha avuto un ruolo molto importante nella decisione di avviare Palladium, la nostra iniziativa. In quegli anni sull’isola c’era un grande fermento. Si era autodefinita ‘blockchain island’ e puntava a diventare un hub europeo, se non mondiale, per le criptovalute. All’inizio ha avuto un grande successo. Tutti i grandi operatori erano arrivati a Malta con l’idea di trovare una regolamentazione soft, che permettesse di continuare l’attività all’interno di parametri regolamentati.
La nostra iniziativa era a cavallo tra servizi finanziari e criptovalute. Avevamo lanciato la prima opzione finanziaria su blockchain, autorizzata dalla Malta Financial Services Authority sulla base della MiFID. Era a tutti gli effetti un prodotto finanziario, su piattaforma blockchain. Il progetto prevedeva di offrire agli acquirenti dell’opzione la possibilità di convertirla in azioni di una banca crypto.
In una prima fase, però, la Banca Centrale Europea aveva bloccato ogni possibilità di creare flussi tra criptovalute e sistema bancario tradizionale. Per questo il progetto non è andato avanti. Anche Malta ebbe una grande crisi: gli operatori arrivati se ne andarono, anche perché non era possibile avere il passaporto per le altre giurisdizioni europee. Adesso l’isola sta riprendendo. Dopo l’approvazione della MiCAR è stata tra i precursori nel recepimento del regolamento e oggi sta tornando a essere una delle piazze interessanti.
Investire in criptovalute non è un gioco: è un investimento. Come tutti gli investimenti, è più o meno rischioso. Per fare un paragone, noi abbiamo una compagnia di assicurazioni vita. Per definizione chi assicura una vita si prende un grande rischio, poi esistono meccanismi per trasferirlo. Tutto ciò che riguarda l’investimento ha una componente di rischio e di volatilità.
Più l’attività è regolamentata – ha aggiunto -, meno è un gioco. Alla fine dipende sempre dagli operatori: se sono seri, se hanno sistemi di protezione. Nei giorni scorsi c’è stato un grande attacco hacker a Binance, il più grande operatore crypto. Quello è il rischio vero, al di là della volatilità: un sistema che non è in grado di proteggere. Con le crypto è un tema sempre più importante, come ormai anche con il denaro tradizionale, che sta tutto nei conti bancari.
Le norme ormai sono chiare. Almeno in Europa non ci sono più grandi dubbi. L’Europa però va sempre a un passo diverso dal resto del mondo: a volte è un bene, a volte meno.
Da un lato ci sono norme molto strette sulla trasferibilità delle criptovalute, anche nel gioco. Dall’altro ci sono grandissimi trasferimenti diretti di stablecoin, da un depositario all’altro, senza passare dalle carte di credito e dal sistema dei pagamenti. A quel punto il tema determinante diventa chi garantisce questi pagamenti. Quando Tether garantisce che a un Tether corrisponde un dollaro, in tanti accettano questa garanzia e arrivano a fare a meno del sistema bancario.
Gran parte del mondo funziona così, soprattutto i Paesi dell’America Latina e dell’Africa. In Europa siamo a freno a mano tirato: con tutto il nostro bagaglio di regole, quello che possiamo fare è molto limitato.
Il mercato cresce e poi si ferma – ha concluso -. Cresce quando c’è entusiasmo sull’andamento del Bitcoin, poi si riduce. Questo non fa bene né al mercato né ai consumatori. Le criptovalute sono diventate un’asset class. Come tutti gli investimenti, anche quelli in crypto andrebbero fatti in modo graduale e costante.” fp/AGIMEG