Poker online, chip dumping: utilizzava più account, perdendo volontariamente. Cassazione conferma condanna per tentato riciclaggio

La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo contro la sentenza d’appello che aveva confermato una condanna per tentato riciclaggio legata a un sistema di movimentazione di denaro attraverso conti di poker online. Resta quindi ferma la pena di 1 anno e 4 mesi di reclusione, oltre alla multa.

La vicenda

Secondo la ricostruzione accolta nei due gradi di merito, all’origine dei flussi contestati c’era una frode informatica realizzata tramite malware, capace di generare accrediti fittizi su una piattaforma di gioco. Il meccanismo ruotava attorno al poker online e al cosiddetto “chip dumping”: più account, agendo in modo coordinato, simulano partite in cui uno o più giocatori perdono volontariamente così da trasferire valore economico (circa 38.000 euro) verso un destinatario. In questo modo il credito, pur provenendo da accrediti fraudolenti, viene “trasformato” in vincite o saldo di gioco.

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Gli inquirenti e i giudici hanno valorizzato una serie di riscontri informatici e relazionali: la riconducibilità di più account alla stessa area familiare, collegamenti con altri profili finiti sotto indagine e soprattutto la convergenza di dati tecnici sugli accessi, con utilizzo del medesimo indirizzo IP per conti diversi, letto come indizio di una gestione coordinata.

La contestazione di tentato riciclaggio si è concentrata su tentativi di prelievo di somme (poco più di mille euro) attraverso una carta intestata all’imputato, operazioni non riuscite perché il conto di gioco era stato bloccato dopo segnalazioni di attività anomale compatibili con il chip dumping.

La sentenza

La difesa ha sostenuto che mancasse la prova della provenienza delittuosa del denaro e della consapevolezza dell’imputato, contestando anche l’affidabilità degli indizi tecnici e l’assenza di approfondimenti specialistici sul chip dumping.

Per la Cassazione, però, le censure miravano sostanzialmente a una nuova valutazione dei fatti e delle prove, non consentita in sede di legittimità, ed erano in larga parte ripetitive rispetto a quanto già esaminato in appello. La Suprema Corte ha inoltre ribadito che, nel tentativo di riciclaggio, è sufficiente la realizzazione di atti idonei diretti a ostacolare l’identificazione della provenienza illecita: il mancato buon esito del prelievo, dovuto al blocco del conto, non elimina la configurabilità del tentativo. sm/AGIMEG