Nuovi risvolti nell’inchiesta ’Ndrangames della Dda di Potenza, che nel 2017 smantellò un gruppo criminale diretto da una potente cosca locale e dagli esponenti di un clan della Basilicata che, negli anni 2012-2015, raccolse i proventi illeciti del gioco illegale sul web attraverso strumenti informatici e telematici.
La Cassazione – riporta il quotidiano La Gazzetta del Sud – rigettando il ricorso della difesa, ha confermato i 2 anni di carcere comminati dalla Corte d’appello di Potenza, il 4 luglio 2025, per un 67enne capocosca. Contestualmente, sono stati ribaditi anche i 2 anni di reclusione per un 63enne di Petilia Policastro mentre è stata annullata con rinvio la pena di 2 anni di detenzione per un 56enne di Cutro, disponendo per lui un nuovo giudizio di secondo grado al fine di rivalutare il trattamento sanzionatorio.
Sempre come riferisce La Gazzetta del Sud, l’operazione coordinata in sinergia con la Procura antimafia di Catanzaro scattò il 30 marzo di 9 anni fa con 11 misure cautelari eseguite dai carabinieri di Potenza. Le indagini scoprirono come la criminalità organizzata cutrese e lucana si fossero messe in società per lucrare valanghe di denaro dalla gestione delle “macchinette” in tutta Italia.
Infatti, come ricostruito dagli inquirenti, ciascuna “slot machine” – ne vennero piazzate 3mila negli esercizi pubblici della Penisola – riuscì a garantire per svariato tempo introiti annuali fino a 200mila euro.
Da qui la tesi della Cassazione, secondo la quale – riporta la sentenza – il boss «aveva organizzato un sistema illecito di scommesse senza limite di puntata e di vincita massima» e con la «predominanza» del rischio «sulle capacità dello scommettitore».
Inoltre, si legge nelle motivazioni, il boss curò anche la «distribuzione degli apparecchi elettronici e dei servizi di rete necessari sul territorio potentino che si collegavano a un sito greco» e si occupò «della gestione e della contabilità dei proventi illeciti ricavati dai giochi». lb/AGIMEG










