Gian Antonio Girelli, componente della Commissione Affari Sociali alla Camera, è intervenuto durante l’incontro “Persone in gioco. Connessioni, intrattenimento e nuove forme di partecipazione”, nuovo appuntamento con l’Osservatorio sul gioco pubblico di SWG, “Giocare da grandi”.. Al centro del suo intervento, la necessità di una regolamentazione efficace, di formazione per gli operatori e di una strategia nazionale omogenea.
“La politica impreparata davanti alla trasformazione del gioco”
“Anch’io vorrei partire da un’ammissione di impotenza, come ha fatto il collega Bertoldi. La politica si è dimostrata impreparata di fronte a una trasformazione sociale del gioco che, nel giro di pochi anni, è avvenuta con una rapidità e un’intensità sorprendenti.
Quando parliamo di ludopatia, o più correttamente di disturbo da gioco d’azzardo, dobbiamo comprendere che la tecnologia non è solo parte del problema: può e deve diventare parte della soluzione. Dobbiamo utilizzare la tecnologia per regolare la tecnologia stessa, mettendola al servizio della tutela delle persone più fragili e dei minori”.
“Il divieto assoluto non è la risposta”
“Il divieto assoluto non è la risposta. Proibire significherebbe semplicemente consegnare una parte del settore alla criminalità organizzata. La sfida è invece quella di regolamentare in modo efficace il mercato legale.
È altrettanto importante investire nella formazione di chi opera nel settore. Gli operatori del gioco online devono essere preparati non solo dal punto di vista tecnico, ma anche sotto il profilo etico, affinché siano in grado di riconoscere e gestire i rischi legati al gioco patologico.
Purtroppo il tema del gioco viene affrontato quasi esclusivamente in termini estremi, mentre dovrebbe diventare anche un tema di educazione e prevenzione. Mancano momenti di informazione rivolti ai cittadini e manca una rete strutturata capace di offrire risposte e presa in carico alle persone che sviluppano una dipendenza”.
“Serve una strategia nazionale con criteri omogenei”
“Anche la risposta sociosanitaria non può continuare a essere diversa da Regione a Regione. Serve una strategia nazionale, con criteri omogenei e strumenti condivisi.
La politica, inoltre, non può limitarsi a guardare al gettito fiscale nell’immediato. Bisogna considerare anche i costi sociali e sanitari che il gioco patologico produce, perché spesso ciò che si incassa viene poi speso, e in misura anche maggiore, per curare le conseguenze della dipendenza.
Se oggi sottoponessimo un questionario ai legislatori chiedendo che cosa sia realmente il gioco pubblico e come dovrebbe essere regolamentato, probabilmente otterremmo risposte deboli e poco soddisfacenti. È un segnale che dovrebbe spingere tutti a una maggiore conoscenza del fenomeno”. fp/AGIMEG

