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Forum Acadi, Stoppani (FIPE): “Le imprese del gioco legale non chiedono meno regole: chiedono regole migliori”

Lino Stoppani, presidente FIPE-ConfcommercioLino Stoppani, presidente FIPE-Confcommercio

Rilanciare il ruolo delle imprese nella tutela della legalità e dei consumatori. È il filo conduttore dell’intervento di Lino Enrico Stoppani, presidente di FIPE-Confcommercio e vicepresidente vicario di Confcommercio, al Forum Acadi 2026. L’appuntamento promosso dall’Associazione dei concessionari di giochi pubblici, dedicato quest’anno all’impatto sociale delle regole, si è svolto oggi a Roma nella sede di Confcommercio, dove è stato presentato il nuovo Bilancio di sostenibilità del comparto.

“Il Forum Acadi di quest’anno ci chiede di interrogarci sull’‘impatto sociale delle regole’. È una domanda che rovescia la prospettiva abituale: una norma non si misura dalla nobiltà delle intenzioni che la ispirano, ma dagli effetti che produce nella vita delle persone.

Esiste una regolazione simbolica, che rassicura chi la scrive, e una regolazione efficace, che protegge chi ne è destinatario. Nel gioco con vincite in denaro la differenza è decisiva: qui la regola decide insieme della legalità, della tutela dei più fragili e della responsabilità delle imprese.

Ci ritroviamo in un passaggio incompiuto. Il Governo ha esercitato la delega parlamentare per il riordino del gioco a distanza, ma non per la rete fisica, che resta prevalente per numero di giocatori, dimensione economica, diffusione territoriale e numero di occupati.

Proprio la parte del sistema più vicina alle persone, in larga misura rappresentata nella nostra Confederazione e nei nostri contratti collettivi, attende ancora una cornice nazionale organica: sulla distribuzione dell’offerta, sugli orari, sull’innovazione, sulla formazione, sull’equilibrio tra Stato, Regioni e Comuni.

Un vuoto simile alimenta la tentazione delle semplificazioni. Ma di fronte agli interessi criminali che insidiano il settore, a un gioco compulsivo che riguarda sì una parte ridotta degli utenti, ma molto rilevante in numeri assoluti, alla crescente esposizione dei minori a forme di gioco e consumo digitale, la questione non è essere più o meno permissivi. È capire quali regole proteggono davvero le persone e la collettività.

Qui sta il nodo. Dal 1948 il nostro ordinamento ha scelto di non ignorare la domanda di gioco né di proibirla, ma di governarla, riservandola allo Stato e affidandone l’esercizio a imprese autorizzate. È una scelta di civiltà giuridica: sottrarre una domanda sociale all’ombra dell’illegalità per ricondurla dentro il perimetro della legge.

Quella scelta, tuttavia, regge solo se l’impresa legale può essere ciò che deve: non un mero soggetto economico, ma un presidio sociale, un ‘bene comune’ nel senso più esigente, capace di tenere insieme libertà d’impresa e responsabilità verso la comunità.

L’operatore autorizzato è controllato, risponde alla legge, forma il personale, collabora con le autorità. L’operatore illegale non verifica l’età, non riconosce la fragilità, non risponde a nessuno. Per questo l’alternativa reale non è tra gioco e non gioco, ma tra un’offerta legale, tracciabile e controllabile e un’offerta abusiva, opaca e incontrollata. Ogni regola che indebolisce la prima, anche senza volerlo, lavora per la seconda.

I pubblici esercizi sono quasi la metà della rete regolamentata: oltre 35 mila punti tra sale, bar ed esercizi di prossimità. Questa prossimità è un capitale pubblico, se la si qualifica: può diventare il luogo in cui la legalità si vede, la prevenzione si pratica e la fragilità si intercetta prima che diventi patologia.

Ad esempio, il ‘Manifesto’ su questi temi promosso dalle imprese di EGP-FIPE già nel 2025 indica, anche in questi tempi supplementari del riordino del settore, le direttrici per farlo. Le riassumo in cinque principi.

Primo: la protezione nasce dal presidio, non dalla distanza o dalle restrizioni orarie. La sicurezza sociale non si ottiene allontanando geometricamente l’offerta da luoghi ritenuti ‘sensibili’, ma controllando l’accesso, qualificando i punti vendita, rendendo gli esercenti efficacemente responsabili della trasparenza e della tutela negli spazi loro affidati; se supportati da tecnologie adatte, ancora meglio.

Secondo, di conseguenza: l’unità della cornice regolatoria. Bingo, scommesse e apparecchi da gioco operano in forza di concessioni statali: le autonomie territoriali devono, naturalmente, essere coinvolte, ma dentro una cornice nazionale che garantisca uniformità su orari, distribuzione e standard dei punti vendita. La giustizia amministrativa lo ha già riconosciuto, per garantire le future concessioni; il legislatore non ancora, tant’è che non ha ancora progettato quando rilasciarle, costringendo le imprese a molti anni di proroghe degli affidamenti.Lino Stoppani, presidente FIPE-ConfcommercioLino Stoppani, presidente FIPE-Confcommercio

Terzo: la competenza come prima prevenzione. Un operatore responsabile e preparato vale più di molti divieti. Serve una formazione nazionale e certificata, uguale per tutti gli addetti. Poche settimane fa lo abbiamo ribadito, come FIPE ed EGP FIPE, con i sindacati nazionali dei lavoratori comparativamente più rappresentativi dei pubblici esercizi, sottoscrivendo un Avviso Comune: quando le Parti sociali parlano con una sola voce, il legislatore ha il dovere di ascoltare.

Quarto: la tecnologia come infrastruttura di tutela. Verifica dell’età, autoesclusione, automisurazione, individuazione precoce dei comportamenti anomali: gli strumenti digitali a supporto di questi obiettivi esistono. Impedire alle imprese di investirvi, non consentendone il rientro nei conti economici, significa rinunciare alle forme più moderne di protezione.

Quinto: la prevenzione come alleanza. Nessun soggetto, né l’impresa, né il sistema sanitario, né il Terzo Settore, può farsene carico da solo. Serve un patto, in ciascun territorio, che valorizzi le buone pratiche già esistenti, spesso nate proprio negli esercizi condotti dalle nostre aziende, e accompagni le persone verso percorsi di supporto.

Su tutto, un principio che la Confederazione richiama in ogni contesto economico: stesso mercato, stesse regole. Non si possono chiedere a una parte degli operatori obblighi, costi e responsabilità crescenti, tollerando che altri agiscano fuori dalle regole o nelle zone grigie tra gioco fisico e gioco a distanza. Non si possono mantenere regole fiscali sulle attività (ancora prima dei prelievi sugli eventuali utili dall’attività) concepite quando il gioco era essenzialmente fisico.

Un sistema regolatorio è credibile solo se è equo. Le imprese del gioco legale non chiedono meno regole: chiedono regole migliori. Regole che rendano più difficile il gioco minorile e favoriscano la prevenzione. Regole che liberino il potenziale protettivo della tecnologia.

Regole che concentrino la repressione sull’illegalità vera, nazionale e transfrontaliera, anche intervenendo sui flussi dei pagamenti, materia a nostro avviso ancora poco esplorata nelle attività repressive a livello internazionale. Regole che riconoscano il valore di chi, ogni giorno, si assume la responsabilità di tutelare persone e comunità.

Salute, legalità e sostenibilità d’impresa non sono obiettivi in conflitto: sono tre facce della stessa responsabilità pubblica. È da questa responsabilità – quando sarà pienamente condivisa anche dal legislatore – che dobbiamo ripartire per costruire il futuro del gioco legale”. fp/AGIMEG

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