Eurispes, indagine su tecnologie digitali e salute mentale: smartphone usato dal 94,3% degli interpellati. Gaming al 23,9%. Giovani più esposti al rischio di uso problematico

La relazione tra tecnologie digitali e salute mentale si colloca all’incrocio di due fenomeni ormai di massa: la diffusione pressoché universale della connessione e il crescente peso del disagio psicologico.

L’indagine svolta dall’Eurispes sul rapporto fra italiani, tecnologie digitali e salute mentale restituisce un quadro ambivalente: gli strumenti digitali sono percepiti come utili e ormai irrinunciabili, ma una parte consistente della popolazione segnala automatismi, fatica, perdita di controllo e impatti negativi, con criticità particolarmente concentrate tra i più giovani.

Una vita quotidiana ad alta intensità digitale

La presenza del digitale nella quotidianità si conferma pressoché universale. Lo smartphone viene utilizzato regolarmente dal 94,3% degli interpellati, il computer o laptop dal 65,2% e la Smart Tv dal 61,2%. Seguono tablet (33,6%), smartwatch (28,4%) e console per videogiochi (17,5%). Lo smartphone resta sopra il 95% fino ai 64 anni e coinvolge comunque l’89,9% degli over 64.

Gli altri dispositivi mostrano invece un netto divario generazionale: il computer è usato dall’80,2% dei 18-24enni, mentre fra i più anziani si ferma al 39,1%; il tablet passa dal 52,3% al 18,1%, lo smartwatch dal 46,5% al 12,7%, la console dal 43% al 4,7%.

Nei giorni feriali, per svago, il 93,3% utilizza lo smartphone almeno per una parte della giornata e il 24,1% supera le tre ore; per lavoro o studio lo usa il 66,7% e il 22,2% oltrepassa le tre ore. Nei fine settimana l’uso dello smartphone coinvolge il 95,1% degli intervistati e quasi tre su dieci superano le tre ore.

Fra i 18-24enni l’esposizione ricreativa è molto più prolungata: più della metà usa lo smartphone per svago nei giorni feriali per oltre tre ore (52,4%), percentuale che sale al 60,5% nei giorni festivi. Per i più anziani l’uso è selettivo, concentrato quasi esclusivamente sullo smartphone.

Nel tempo libero, Internet è utilizzato soprattutto per cercare informazioni (82,8%), inviare e ricevere email (71,5%), chattare (70,7%), guardare filmati (68,9%) e frequentare Social network (67,9%). Più della metà accede al conto bancario (56,4%), legge giornali online (55,1%) o effettua acquisti (54,7%).

Il 43,9% guarda film e serie in streaming e il 42,8% paga bollette. Gaming (23,9%), forum (25,6%) e siti di incontri (12,5%) restano più circoscritti. I giovani primeggiano nelle attività relazionali e di intrattenimento; le fasce centrali, soprattutto i 35-44enni, mostrano un uso più ampio dei servizi pratici, finanziari e amministrativi.

Modalità d’uso: partecipazione e consumo passivo

L’indagine distingue fra attività che richiedono partecipazione e produzione di contenuti e forme di fruizione prevalentemente osservativa. Il 69,2% pubblica contenuti originali almeno qualche volta e il 63,4% commenta quelli altrui. La messaggistica privata o di gruppo è ancora più diffusa: il 79% la utilizza almeno qualche volta.

Risultano però quasi altrettanto comuni le pratiche passive: il 79,8% scorre feed e contenuti senza interagire e il 78,3% guarda profili o attività altrui senza intervenire. Circa il 30% svolge spesso attività di questo tipo.

Fra i 18-24enni il 97,7% pubblica contenuti sui Social e invia messaggi in chat private, l’86% commenta post di altri, il 96,5% scorre contenuti senza interagire e il 98,8% osserva profili altrui senza alcuna interazione. La produzione di post e messaggi convive quindi con una lunga esposizione passiva a rappresentazioni delle vite degli altri, terreno nel quale possono svilupparsi confronto sociale, percezione di inadeguatezza e perdita della cognizione del tempo.

Le finalità dichiarate confermano la natura multifunzionale del digitale. Il 76% lo usa per informarsi, il 73,2% per mantenere relazioni, il 61,9% per lavoro o studio e il 51,4% per intrattenimento e gioco. Fra i 18-24enni la funzione relazionale raggiunge il 91,9% e quella ricreativa il 76,7%.

Nella fascia 18-24 anni alcune motivazioni assumono un peso decisamente rilevante: il 74,4% considera importante conoscere nuove persone, il 67,5% esprimere la propria identità, il 56,9% ricevere approvazione e il 70,9% distrarsi dai problemi. Il digitale è dunque, per i giovani, non solo un mezzo operativo, ma uno spazio di costruzione identitaria, riconoscimento e regolazione emotiva.

Competenze digitali: il gap è generazionale

La valutazione delle proprie competenze si distribuisce su tre livelli: il 32,8% le giudica scarse o molto scarse, il 35% sufficienti e il 32,2% buone o ottime. Fra i 18-24enni il 61,6% si considera competente, mentre soltanto il 4,7% si colloca nell’area dell’insufficienza; tra gli over 64 le proporzioni si capovolgono, con il 67,3% che valuta negativamente le proprie capacità e appena il 9,4% che le considera buone.

Il 76,5% si sente sicuro nel comunicare con familiari e amici, ma la quota scende al 52,9% nell’uso dei servizi online bancari, sanitari o della Pubblica amministrazione, al 49,3% negli acquisti, al 45,6% nel riconoscimento di truffe e tentativi di raggiro e al 41,8% nella gestione della privacy e della sicurezza dei dati.

Tra gli over 64 si sente sicuro nell’uso dei servizi online soltanto il 29%, negli acquisti il 18,8%, nell’individuare truffe il 24,3% e nel proteggere dati e privacy il 21%.

Di fronte a una difficoltà, il 29,4% di chi naviga chiede aiuto a familiari o conoscenti, il 24,7% cerca tutorial e soluzioni online e il 23,8% prova a risolvere autonomamente; l’8,4% abbandona l’attività e il 5,8% evita in seguito la tecnologia che ha creato il problema. Fra gli over 64 il ricorso ad amici o parenti sale al 45,3%, mentre abbandono ed evitamento raggiungono insieme il 28,2%.

Sul piano soggettivo, il 59,2% si sente competente nell’uso delle tecnologie abituali e il 52,6% ha fiducia nella propria capacità di risolvere i problemi, ma il 41,4% si sente sopraffatto dalla velocità del cambiamento e il 35,2% prova frustrazione quando non riesce a utilizzare una nuova piattaforma.

La metà del campione (50,2%) ritiene che competenze migliori aumenterebbero la soddisfazione personale e il 46,2% che offrirebbero maggiori opportunità lavorative, sociali o personali. La vulnerabilità digitale assume dunque anche la forma dell’esclusione: non poter usare con autonomia e sicurezza gli strumenti significa rinunciare a servizi, opportunità e partecipazione.

Esperienze negative online e ricadute sul benessere

L’esposizione a episodi spiacevoli o dannosi è tutt’altro che marginale: il 26% del campione afferma di aver incontrato involontariamente contenuti violenti o disturbanti, il 23,4% di aver subito commenti offensivi, insulti o attacchi personali e il 21,8% la condivisione non autorizzata di fotografie o video. Il 16,4% è stato bersaglio di phishing, il 15,2% ha subìto la violazione di un account o il furto di identità, il 14,6% forme di esclusione intenzionale, il 12,1% furto di dati o denaro, il 12% molestie e il 10,1% minacce.

Anche in questo caso i giovani risultano più esposti. Fra i 18-24enni il 40,7% ha visto contenuti violenti o disturbanti, il 38,4% ha ricevuto offese o attacchi, il 37,2% ha sperimentato la condivisione non autorizzata di immagini, il 26,7% molestie, il 25,6% esclusione e il 22,1% minacce.

Per chi le ha vissute, le esperienze negative producono conseguenze significative. Il 45,9% riconosce un impatto sul benessere emotivo, il 39,3% sull’autostima, il 49,3% sulla fiducia nelle piattaforme e il 43,8% sul proprio comportamento online. Fra i più giovani l’impatto sul benessere emotivo raggiunge il 65,6%, quello sull’autostima il 59%, la perdita di fiducia il 59% e la modifica dei comportamenti il 50,8%. Il dato è particolarmente importante se confrontato con la funzione compensatoria attribuita alle piattaforme, particolarmente rilevante nei giovani adulti: fra i 18-24enni il 91,9% dichiara di usare i Social almeno qualche volta per alleviare emozioni negative.eurispes

Dalla routine all’automatismo: l’ansia da connessione colpisce soprattutto i più giovani

Numerosi comportamenti indicano che il controllo del telefono e degli aggiornamenti è ormai incorporato nelle routine quotidiane. Il 51,3% controlla le notifiche appena sveglio e la stessa quota verifica durante la giornata la presenza di novità anche in assenza di avvisi, il 46,8% legge subito le chat di gruppo per capire che cosa sta accadendo, il 36,2% controlla ciò che pubblicano le persone conosciute e il 29,9% interrompe altre attività per guardare notifiche o aggiornamenti.

Circa due persone su tre dichiarano di riuscire a restare tranquille senza conoscere immediatamente ciò che avviene online (67,6%) e di potersi disconnettere senza disagio (67,7%), pur risultando significativa la presenza di un italiano su tre che mostra difficoltà in tal senso.

Tra i 18-24enni il controllo al risveglio raggiunge l’86%, la verifica senza notifiche l’80,3%, la lettura immediata delle chat il 73,2%, il monitoraggio dei post altrui il 65,1% e l’interruzione di altre attività il 58,1%. Nella stessa fascia il 53,5% attribuisce importanza alla condivisione online degli stati d’animo.

Il tentativo di ridurre l’uso del telefonino senza riuscirvi riguarda il 26,6% della popolazione e supera il 40% fra i 18 e i 34 anni. I comportamenti potenzialmente problematici coinvolgono quote molto ampie almeno occasionalmente: l’83,9% ha usato lo smartphone più a lungo di quanto previsto, il 70,8% ha avuto la sensazione di sprecare troppo tempo online, il 69,9% ha utilizzato il telefono durante i pasti, il 65,3% ha provato ansia quando la batteria era scarica e il 58,7% ha percepito di non riuscire a disconnettersi.

Fra i 18-24enni quasi tutti hanno sperimentato almeno qualche volta questi comportamenti: il 97,7% ha prolungato l’uso oltre le intenzioni, il 93% ha usato lo smartphone durante i pasti, il 91,9% ha percepito di sprecare tempo e la stessa quota lo ha utilizzato per alleviare emozioni negative.

Le frequenze elevate, date da “spesso” e “sempre”, riguardano il 36% per il tempo d’uso superiore al previsto, il 29,2% per la sensazione di spreco, il 29,7% per l’ansia da batteria scarica, il 27,6% per l’uso durante i pasti e circa il 22-23% per difficoltà di concentrazione, irrequietezza, regolazione delle emozioni e impossibilità di disconnettersi.

Fra i 18-24enni quasi tutti hanno sperimentato almeno qualche volta questi comportamenti: il 97,7% ha prolungato l’uso oltre le intenzioni, il 93% ha usato lo smartphone durante i pasti, il 91,9% ha percepito di sprecare tempo e la stessa quota lo ha utilizzato per alleviare emozioni negative, l’88,4% ha avuto difficoltà di concentrazione, l’86% ansia per la batteria scarica, l’84,9% difficoltà a disconnettersi e l’83,7% irrequietezza quando non poteva controllare il telefono.

Il telefonino invade tempi e luoghi

L’integrazione dello smartphone nella vita quotidiana emerge anche dall’analisi dei contesti nei quali viene utilizzato. Il 66,7% lo usa a letto al risveglio o prima di dormire, il 65,2% a tavola quando mangia da solo e il 63,3% mentre guarda la televisione. Il 55% lo porta in bagno, il 51,1% lo consulta mentre cammina, il 50,5% lo usa per motivi personali durante il lavoro e il 49,7% quando esce con gli amici. Quasi tre persone su dieci lo usano a tavola in compagnia (29,3%), il 30,5% ai semafori e il 22,8% alla guida.

L’uso nei momenti di riposo e socialità è particolarmente diffuso fra i giovani: lo smartphone a letto riguarda l’87,2% dei 18-24enni, l’89% dei 25-34enni e l’83% dei 35-44enni; fra i più giovani il 79,1% lo consulta mentre cammina o durante le uscite con gli amici, il 51,2% a tavola con altre persone e il 40,7% alla guida.

Social network tra utilità e rischi

Le opinioni sui Social network sono ambivalenti. L’80,5% ritiene che aiutino a restare in contatto con gli amici, il 77,7% che consentano di essere informati sull’attualità, il 65,9% che siano utili nel lavoro, il 58,2% che favoriscano nuove conoscenze e il 55,4% che rappresentino un buon passatempo. Allo stesso tempo, il 79,9% pensa che inducano un uso eccessivo, il 78,3% che l’anonimato favorisca comportamenti aggressivi e offensivi, il 73,8% che mettano a rischio la privacy e il 66,5% che influenzino l’orientamento politico.

La consapevolezza dei rischi è ancora più netta sui contenuti: l’85,8% attribuisce ai Social un ruolo nella diffusione di fake news, il 76,3% nell’esaltazione di stili di vita fondati su ricchezza, apparenza e superficialità, il 75,8% nella propagazione di modelli di comportamento sbagliati, il 74,9% nel cyberbullismo e il 63,9% nel danneggiamento della vita sociale.

Queste consapevolezze non riducono la diffusione delle piattaforme: il 79,6% è iscritto ad almeno un Social network, con quote del 95,3% fra i 18-24enni e del 60,1% fra gli over 64. WhatsApp è utilizzato dal 96,4% degli iscritti, Facebook dal 67,5%, Instagram dal 63%, YouTube dal 45,6%, TikTok dal 36,3%, Telegram dal 32,2%, LinkedIn dal 26,4% e X dal 17,9%.

Nell’uso concreto prevalgono pratiche relazionali e informative: l’81,6% guarda attività e foto degli amici, il 78,1% chatta, il 74,3% si informa, il 70,9% guarda o ascolta video, il 63,2% segue eventi e il 62,3% commenta contenuti degli amici.

Il 58,1% condivide foto o video propri, il 53% musica, video e link, il 48,8% scambia opinioni e il 48,6% racconta ciò che sta facendo. Il 36,7% promuove la propria attività, il 36,5% cerca nuove conoscenze e il 26,4% gioca.

Giudizio, confronto sociale e vissuti emotivi

Una parte degli utenti vive la pubblicazione come uno spazio di valutazione sociale: il 60,4% esprime in qualche misura preoccupazione per il giudizio altrui quando pubblica contenuti online, il 55% teme valutazioni negative, il 52,4% ha paura di esprimere la propria opinione e il 63,6% controlla con frequenza i like ricevuti ai propri post.

Riguardo alle sensazioni provate utilizzando i Social Network, il confronto con le vite altrui coinvolge in misura più intensa circa un utente su cinque (19,9%), mentre le sensazioni più diffuse sono lo spreco di tempo (40,5%) e la perdita della cognizione temporale (38,2%). Il 33,9% si sente più libero di esprimersi e interagire, il 33,1% meno solo, il 30,9% avverte il bisogno di collegarsi continuamente e la stessa quota si innervosisce se non può farlo.

Nei giovani questi vissuti raggiungono livelli molto più alti: fra i 18-24enni il 74,4% perde la cognizione del tempo, il 67% si innervosisce se non può collegarsi, il 65,8% si sente più libero di esprimersi, il 59,7% avverte un bisogno continuo di connessione, il 58,5% sente di perdere tempo e il 45,1% si sente inferiore rispetto alla vita mostrata dagli altri.

I Social svolgono dunque una funzione di appartenenza e facilitazione espressiva, ma proprio questa centralità può rendere più intenso il confronto, il timore di esclusione e la dipendenza dal flusso delle interazioni. Sentirsi meno soli e più liberi di esprimersi non esclude dunque il disagio e può, al contrario, aumentare la dipendenza funzionale dalla piattaforma quando questa diventa il principale spazio nel quale ricevere riconoscimento, regolare le emozioni o sperimentare relazioni.

Chat di gruppo: legami, continuità e obblighi sociali

Le chat di gruppo coinvolgono il 69,1% degli intervistati e sono leggermente più diffuse fra le donne (71,6% contro 66,5%). Vi partecipa l’87,2% dei 18-24enni, l’82,9% dei 25-34enni, l’80,7% dei 35-44enni e il 73,8% dei 45-64enni; fra gli over 64 la quota scende al 42,4%.

I gruppi più comuni sono quelli fra amici (78,6% di chi partecipa ad almeno una chat) e nel nucleo familiare ristretto (76,6%). Seguono lavoro (58,2%), famiglia allargata (50%), sport o hobby (39,5%), gruppi di genitori (28,1%), studio (27,9%) e vicinato o condominio (20,8%).

Le chat mantengono legami familiari e amicali e coordinano attività quotidiane, ma creano anche aspettative di presenza. Il 38,9% si sente obbligato a leggere tutti i messaggi e il 38,3% in dovere di rispondere; il 38,4% è disturbato dalle notifiche durante altre attività e il 37,5% sente il bisogno di controllare il telefono non appena riceve un avviso.

Il 24,4% vorrebbe uscire da alcune chat ma teme conseguenze sociali e il 18,6% evita di esprimere la propria opinione per timore del giudizio.

Questi dati mostrano come le chat prolungano le relazioni oltre i momenti e i luoghi nei quali si svolgerebbero in presenza trasformando il silenzio o l’uscita dal gruppo in segnali che possono essere interpretati dagli altri. La pressione resta moderata per la maggioranza, ma per una quota significativa leggere, rispondere e controllare diventano piccoli obblighi ripetuti che frammentano l’attenzione e rendono più difficile stabilire tempi di indisponibilità.

Lavoro e tecnologie digitali: reperibilità e tecnostress

Il digitale è ormai strutturale nel lavoro: il 48,2% svolge un’attività che richiede sempre un uso intensivo di dispositivi e applicazioni, il 28,4% ne ha bisogno in alcune occasioni e soltanto il 23,4% non è esposto in modo rilevante. La presenza fisica resta la modalità di lavoro prevalente (60,9%), ma il 32,8% lavora in forma ibrida e il 6,3% interamente da remoto.

La tecnologia estende il lavoro oltre il suo orario formale: il 77,3% controlla email o messaggi professionali fuori dall’orario almeno qualche volta e il 43,5% lo fa spesso o sempre. Il 75,2% risponde durante il tempo libero, il 68,1% anche durante le ferie e il 71,1% si è sentito almeno qualche volta obbligato a rispondere immediatamente.

L’esposizione è molto diversa tra le professioni. Il controllo frequente fuori orario raggiunge il 62,1% fra dirigenti e quadri, il 57,2% fra liberi professionisti e il 51,1% fra autonomi. La reperibilità in ferie è particolarmente marcata per i liberi professionisti (67,9%, con il 30,4% sempre), seguiti da dirigenti (48,3%) e imprenditori (45,5%).

Il sovraccarico non dipende soltanto dal tempo, ma anche dalle caratteristiche delle tecnologie digitali: il 37,6% si sente appesantito dal numero di strumenti e piattaforme da usare per lavoro, il 36,7% fatica a seguire aggiornamenti e nuovi software, il 35% ritiene che email, notifiche e chiamate compromettano la concentrazione e il 39,3% si sente mentalmente affaticato dall’uso costante delle tecnologie.

Nei sei mesi precedenti la rilevazione il 68,6% ha sperimentato almeno qualche volta sintomi di stress o affaticamento legati alle tecnologie professionali, come mal di testa, stanchezza oculare, ansia o altri disturbi, e il 33,8% li ha avuti spesso o sempre. Tra chi usa sempre intensamente il digitale sul lavoro, l’85% ha registrato almeno qualche episodio e il 46,2% una frequenza elevata; fra chi non ne fa un uso intensivo le quote scendono al 34,9% e al 13,4%, con un nesso che evidenzia una relazione molto forte fra intensità tecnologica, reperibilità e sintomi percepiti.

Benessere digitale tra poca misurazione e strategie discontinue

La maggioranza di chi usa tecnologie digitali non conosce con precisione il proprio tempo online. Solo l’11,2% lo controlla regolarmente attraverso app o impostazioni, il 52,9% ne ha un’idea approssimativa e il 35,9% non sa quantificarlo. In altre parole, l’88,8% non dispone di una misurazione puntuale.

Le strategie di autoregolazione sono poco diffuse: il 12,7% ne ha adottata almeno una, il 30,4% non lo ha fatto ma ritiene che dovrebbe, mentre il 56,9% pensa di non averne bisogno. Ha sperimentato forme di riduzione il 19,8% dei 18-24enni, il 17,8% dei 25-34enni e il 19,9% dei 35-44enni.

Le pratiche più usate sono la disattivazione delle notifiche (27,9% di chi ha adottato strategie) e timer o limiti sulle applicazioni (27%); seguono la definizione di spazi e momenti senza dispositivi, periodi di digital detox e orari prestabiliti di inutilizzo. L’efficacia percepita è nel complesso positiva: il 36,3% afferma di aver raggiunto gli obiettivi e il 44,4% almeno in parte.

L’uso di applicazioni dedicate al benessere resta marginale. Quelle per il monitoraggio del benessere digitale vengono usate regolarmente dal 4,3% e occasionalmente dal 14,3%; il 71,8% non le ha mai utilizzate. Le app per benessere mentale, respirazione, meditazione, sonno o diario digitale mostrano valori analoghi: 4,5% di uso regolare, 13,5% occasionale, 10,2% di abbandono e oltre sette persone su dieci che non le hanno mai provate. Il dato suggerisce che la consapevolezza è spesso generica: molte persone percepiscono di trascorrere troppo tempo online o pensano di dover ridurre, ma non trasformano questa percezione in obiettivi verificabili e pratiche stabili.

Sonno, algoritmi e percezione di un rapporto problematico

L’81,4% utilizza dispositivi nell’ora precedente il sonno almeno qualche volta e il 45,7% spesso o sempre, con percentuali molto elevate fra i 18-24enni, di cui solo l’1,2% dichiara di non farlo mai. Il telefono rimane in camera durante la notte per il 77,5%: il 23,3% lo tiene acceso con notifiche attive, il 37,5% in modalità silenziosa o sonno e il 16,7% spento; il 22,5% lo lascia in un’altra stanza.

Gli utenti riconoscono in larga misura la personalizzazione algoritmica. Il 71,7% ritiene che le piattaforme mostrino contenuti coerenti con i propri interessi e il 56,3% che propongano novità capaci di stimolare curiosità. Il 29,7% attribuisce loro un’influenza su opinioni o stati d’animo. Fra i 18-24enni le quote salgono rispettivamente al 91,9%, 73,3% e 60,5%.

Nel complesso, il 65,8% del campione valuta in qualche misura problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali. I livelli più elevati di criticità raggiungono il 41,9% fra i 18-24enni e il 30,2% fra i 25-34enni, per poi scendere nelle fasce d’età successive.

Il 10,4% del campione ha cercato un aiuto professionale per problemi legati all’uso delle tecnologie: il 2,5% è attualmente in terapia e il 7,9% lo è stato in passato. Il 20,8% non lo ha fatto ma ci ha pensato. Fra i 18-24enni la quota sale al 43% e fra i 25-34enni al 38,4%; la maggioranza, tuttavia, continua a ritenere di non averne bisogno.

Le aree del disagio

Gli incroci fra percezione di problematicità e comportamenti consentono di individuare un profilo coerente. Chi considera il proprio rapporto con il digitale problematico controlla più spesso le notifiche al risveglio rispetto a chi non avverte problematicità (56,5% contro 49,2%), cerca aggiornamenti anche senza avvisi (61,4% contro 47,2%), interrompe altre attività per controllare il telefono (45,2% contro 23,6%) e ha provato più frequentemente a ridurre l’uso senza riuscirvi (40,6% contro 21%).

Fra chi definisce problematico il rapporto, il 51,5% usa spesso o sempre lo smartphone più a lungo del previsto, contro il 29,9% del gruppo non critico; le difficoltà frequenti di concentrazione riguardano il 39,9% contro il 15,7%; l’irrequietezza quando non è possibile controllare il telefono il 41,9% contro il 16%; l’uso dei Social per alleviare emozioni negative il 36,3% contro il 18,2%.

Nel gruppo critico il 36,7% segnala un peggioramento del benessere psicologico, contro il 13,1% fra chi non avverte problematicità; il giudizio negativo sulle relazioni passa dall’8,4% al 20,2%, sulla produttività dall’11,2% al 23,1%, sugli hobby dal 10% al 21,8% e sulla qualità di vita dal 10,6% al 27,4%.

Nonostante i segnali di consapevolezza, raramente questa si traduce in effettiva richiesta di aiuto: tra chi reputa problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali, il 44,8% non ritiene di aver bisogno di aiuto, il 5% è attualmente in terapia, il 15,2% lo è stato e il 35% ha pensato di rivolgersi a un professionista senza farlo.

Alcune considerazioni conclusive

L’indagine conferma che il digitale è ormai una dimensione ordinaria dell’esperienza e che non sarebbe realistico contrapporre una vita online a una vita reale: lavoro, relazioni, informazione, servizi e intrattenimento si svolgono in continuità fra i due ambienti. La questione centrale non riguarda dunque la presenza della tecnologia, ma il grado di autonomia con cui viene utilizzata e la capacità di riconoscerne benefici, costi e meccanismi di funzionamento.

Il principale fattore di differenziazione è l’età: le fasce più giovani presentano maggiore competenza, intensità e varietà d’uso, ma anche più automatismi, pressione sociale, ricorso alle piattaforme per regolare le emozioni e difficoltà di disconnessione. Gli anziani hanno un coinvolgimento inferiore, ma sono più vulnerabili sul piano delle competenze, della sicurezza e dell’accesso ai servizi.

La consapevolezza dei rischi è elevata, ma non sufficiente a modificare i comportamenti. Pur riconoscendo i rischi di fake news, aggressività, privacy, modelli superficiali e uso eccessivo, gli italiani monitorano raramente il tempo online e adottano poche strategie strutturate.

Sul lavoro, la cultura della reperibilità continua e della rapidità di risposta sembra limitare il diritto alla disconnessione, portando a forme di tecnostress specie nelle categorie professionali più connesse e digitalizzate, aggravate dalla difficoltà a gestire la rapida evoluzione delle tecnologie necessarie al lavoro.

La responsabilità non può essere attribuita soltanto agli utenti e a una presunta incapacità di autoregolazione: l’architettura stessa delle piattaforme digitali, tra feed infiniti, notifiche, raccomandazioni personalizzate, metriche di approvazione e rinforzi intermittenti, è progettata per massimizzare coinvolgimento e permanenza.

In un contesto in cui il digitale è destinato ad accrescere la sua pervasività nell’esperienza quotidiana, l’obiettivo non può essere quello di limitare o contrastare la diffusione delle tecnologie digitali, ma di governarne l’impatto riducendo le disuguaglianze, tutelando le vulnerabilità e valorizzando le potenzialità.

Non è una partita che si può giocare solo sul piano normativo, ma una sfida culturale ed educativa che richiede di ripensare il rapporto tra innovazione e benessere dotando le persone – in particolare le generazioni più immerse nell’ambiente digitale – degli strumenti cognitivi, emotivi e relazionali necessari per vivere la dimensione digitale con consapevolezza, dignità e libertà. cdn/AGIMEG