La Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da un indagato contro l’ordinanza del Tribunale del riesame di Lecce, che aveva confermato la misura cautelare in carcere nell’ambito di un procedimento per associazione mafiosa, tentata estorsione, usura e traffico di stupefacenti.
Nella vicenda emergono anche profili legati alla gestione di scommesse illegali. Secondo l’impianto accusatorio valorizzato dai giudici di merito, l’indagato avrebbe avuto un ruolo nella gestione del gioco e delle scommesse clandestine riconducibili al gruppo criminale.
Il quadro indiziario
La difesa aveva contestato l’utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche, sostenendo che i decreti autorizzativi e quelli di proroga non fossero adeguatamente motivati.
La Cassazione ha però respinto la censura, ritenendo corretta la valutazione del Tribunale del riesame. Secondo la Suprema Corte, i decreti autorizzativi indicavano l’attività delittuosa oggetto di indagine, il collegamento dell’indagato con gli ambienti criminali locali e la necessità di ricorrere alle intercettazioni.
La Corte ha ricordato che, nei procedimenti per criminalità organizzata, il controllo sui presupposti delle intercettazioni riguarda l’indagine nel suo complesso e non deve essere compiuto con riferimento a ogni singolo indagato.
Il ruolo nel gruppo
Secondo quanto ricostruito nell’ordinanza confermata dalla Cassazione, il quadro indiziario era fondato non solo sulle intercettazioni, ma anche sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, sui servizi di osservazione e sull’analisi dei flussi finanziari.
Da questi elementi, il Tribunale del riesame aveva desunto l’esistenza di una frangia della Sacra Corona Unita attiva nel territorio e il ruolo svolto dall’indagato all’interno del gruppo.
In particolare, secondo l’accusa, l’indagato avrebbe messo a disposizione dell’associazione il bar “Free Time”, indicato come luogo di incontri tra gli associati e di programmazione delle attività illecite, sia con riferimento alle scommesse clandestine sia allo spaccio di stupefacenti.
Dalle intercettazioni sarebbe inoltre emerso il ruolo dell’indagato quale referente dell’associazione per la gestione del gioco e delle scommesse illegali.
Confermata l’aggravante mafiosa
La Cassazione ha ritenuto infondate anche le censure relative all’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Per i giudici, il Tribunale del riesame aveva motivato in modo congruo sulla consapevolezza dell’indagato rispetto al ruolo e alla caratura criminale dei vertici del gruppo, nonché sulla funzione da lui svolta all’interno del sodalizio. La Suprema Corte ha confermato anche la valutazione sulle esigenze cautelari.
In materia di partecipazione ad associazione mafiosa, la legge prevede una presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza della custodia in carcere. Tale presunzione può essere superata solo in presenza di elementi concreti, come il recesso dall’associazione o l’esaurimento dell’attività del gruppo.
Nel caso esaminato, secondo la Cassazione, non erano emersi elementi idonei a dimostrare la rottura del legame con il sodalizio. Al contrario, il Tribunale del riesame aveva richiamato circostanze indicative della permanenza dei rapporti con altri coindagati. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare in carcere. mg/AGIMEG










