Emergono nuovi particolari sull’inchiesta dell’operazione “Mercato” della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari che ha portato al sequestro di un patrimonio superiore ai 63 milioni di euro e all’esecuzione di misure cautelari nei confronti dei presunti appartenenti a un’organizzazione accusata, a vario titolo, di aver utilizzato il circuito delle sale VLT per riciclare denaro di provenienza illecita.
Tra gli aspetti che emergono dagli atti dell’indagine vi è il presunto utilizzo di ticket emessi dalle sale giochi per giustificare la provenienza di ingenti somme di denaro, oltre a un articolato sistema di intestazioni fittizie delle società che gestivano le attività.
Il caso Piccirillo e i ticket per oltre 232.000 euro
Tra gli indagati – secondo quanto riportato da La Gazzetta del Mezzogiorno – compare anche l’ex campione del mondo ed europeo di pugilato Michele Piccirillo, 56 anni, accusato di concorso in riciclaggio. Secondo quanto contestato dalla Procura, la sala Jackpot/Sixteen, gestita dalla società Sixteen Sas, avrebbe falsamente attribuito a Piccirillo la disponibilità di 45 ticket, per un valore complessivo di 232.634,40 euro, consentendogli di utilizzare quei ticket come titolo giustificativo di patrimoni di presunta provenienza illecita.
Dagli atti emerge inoltre che l’ex pugile, ascoltato dagli investigatori, avrebbe riferito di aver accumulato, al termine della carriera agonistica, circa 200.000 euro ricevuti in contanti per gli incontri disputati all’estero. Sempre secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, avrebbe quindi consegnato il denaro alla sala giochi ricevendo in cambio assegni o bonifici, poi versati sul proprio conto corrente e successivamente investiti in prodotti finanziari. Nei suoi confronti è stato disposto il sequestro di circa 36.000 euro.
La sua posizione, come quella degli altri indagati, dovrà naturalmente essere valutata nel corso del procedimento, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza.
Le sale sequestrate potrebbero non riaprire
Prosegue intanto il lavoro degli amministratori giudiziari nominati dal Gip sulle società riconducibili alla famiglia Snidar, che gestivano 13 sale tra Bari e la provincia BAT.
Secondo la Procura, le società sarebbero state organizzate in modo da costituire delle vere e proprie “lavatrici” di denaro e sarebbero state strutturate anche per evadere il PREU.
Proprio per evitare che le presunte condotte contestate possano proseguire, il sequestro preventivo disposto dall’autorità giudiziaria rende probabile che le sale non vengano riaperte almeno nell’immediato, in attesa degli sviluppi dell’inchiesta e delle verifiche affidate agli amministratori giudiziari.
La rete di prestanome
Le indagini hanno inoltre ricostruito quello che gli investigatori ritengono essere un articolato sistema di intestazioni fittizie. Secondo l’ipotesi accusatoria, quote societarie e incarichi sarebbero stati intestati a mogli, figli, reggenti e altri prestanome, così da schermare la reale gestione delle attività riconducibili al gruppo.
Gli inquirenti ritengono che questa struttura societaria abbia consentito di occultare gli effettivi assetti proprietari delle imprese operanti nel settore del gioco e di agevolare il presunto sistema di riciclaggio contestato nell’inchiesta.
Nei prossimi giorni proseguiranno gli interrogatori di garanzia e l’attività degli amministratori giudiziari, chiamati ad analizzare la documentazione contabile e societaria sequestrata per ricostruire nel dettaglio i flussi finanziari e il funzionamento del presunto sistema. cdn/AGIMEG









