La Cassazione ha respinto il ricorso presentato da un gestore di apparecchi da gioco contro l’Agenzia delle Entrate, confermando la legittimità dell’accertamento fiscale relativo alla raccolta effettuata tramite le slot.
La controversia riguarda riprese a titolo di IVA, IRES e IRAP per l’anno d’imposta 2009. L’accertamento era nato da una verifica sui dati relativi alla raccolta degli apparecchi previsti dall’articolo 110, comma 6, del TULPS.
Il nodo della raccolta delle giocate
Al centro del giudizio c’era il modo in cui l’Agenzia delle Entrate aveva ricostruito i maggiori ricavi del gestore.
Secondo l’Ufficio, la determinazione del maggior reddito doveva tenere conto dei riepiloghi contabili relativi alla raccolta delle giocate delle slot, considerando che tali dati erano già al netto del PREU e dei compensi spettanti agli esercenti e al concessionario.
Il contribuente contestava questa ricostruzione, sostenendo che l’accertamento fosse fondato su indagini finanziarie e che non fossero state adeguatamente considerate le giustificazioni fornite sulle movimentazioni bancarie. Veniva inoltre contestato il rischio di una doppia imputazione di alcuni ricavi.
Contraddittorio e prova di resistenza
Una parte rilevante del ricorso riguardava anche il tema del contraddittorio preventivo. Il contribuente sosteneva che l’Agenzia avrebbe dovuto instaurare un confronto prima dell’emissione dell’avviso di accertamento.
La Cassazione ha però respinto la censura. I giudici hanno ricordato che, per i tributi non armonizzati, come IRES e IRAP, l’obbligo di contraddittorio esiste solo quando è previsto espressamente dalla legge. Per l’IVA, invece, trattandosi di tributo armonizzato, il contraddittorio ha rilievo, ma il contribuente deve dimostrare in concreto che la sua partecipazione avrebbe potuto portare a un risultato diverso.
Nel caso esaminato, secondo la Suprema Corte, questa prova non è stata fornita in modo sufficiente: non basta produrre documentazione, ma occorre dimostrare che quegli elementi avrebbero potuto incidere realmente sull’esito dell’accertamento.
Respinte le contestazioni sulla motivazione
La Cassazione ha escluso anche il vizio di motivazione apparente della sentenza tributaria di secondo grado.
Per i giudici, la decisione impugnata aveva chiarito il punto centrale: i maggiori redditi erano stati individuati tenendo conto della raccolta delle giocate, al netto del PREU e dei compensi dovuti agli altri soggetti della filiera. Le censure del contribuente, secondo la Corte, miravano in larga parte a ottenere una nuova valutazione dei fatti e delle prove, operazione non consentita nel giudizio di legittimità.
Confermate anche le sanzioni
La Suprema Corte ha confermato anche le sanzioni ripristinate dalla giustizia tributaria siciliana. In primo grado erano state annullate, ma in appello l’Agenzia delle Entrate aveva ottenuto il riconoscimento della loro legittimità.
Per la Cassazione, la decisione sul punto non è apparente: i giudici tributari avevano ritenuto che l’infedeltà dei dati dichiarati fosse riconducibile al contribuente. In materia di sanzioni tributarie, inoltre, è sufficiente la coscienza e volontà del fatto, collegata alla violazione accertata.
Ricorso respinto
La Cassazione ha quindi rigettato integralmente il ricorso e condannato il contribuente al pagamento delle spese del giudizio in favore dell’Agenzia delle Entrate.
La decisione conferma la validità dell’accertamento fiscale sulla raccolta degli apparecchi da gioco e ribadisce che, per superare la ricostruzione dell’Amministrazione, non è sufficiente contestare in modo generico i dati utilizzati, ma occorrono elementi concreti e decisivi. mg/AGIMEG









