Eurispes, Rapporto Italia 2026: italiani tra crisi economica, trasformazioni digitali, sfiducia e nuove disuguaglianze sociali

Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes analizza la realtà italiana attraverso una struttura basata su sei capitoli, sei saggi e 60 schede fenomenologiche. Il volume propone una lettura “dicotomica” dei principali fenomeni politici, economici e sociali del Paese, evidenziando tensioni e contrasti della contemporaneità.

Le sei coppie concettuali al centro dell’analisi sono: Opes/Inopiae, Democrazia/Autoritarismo, Pace/Guerra, Omologazione/Identità, Distopia/Utopia e Presente/Futuro.

Ad arricchire il Rapporto, le indagini campionarie che, nell’edizione di quest’anno, hanno sondato alcuni dei temi tradizionalmente osservati dall’Eurispes: la fiducia nelle Istituzioni; la politica; l’opinione su alcuni dei temi etici più dibattuti; la situazione economica delle famiglie e i consumi; l’uso delle nuove tecnologie e i rischi ad esse connessi; l’avvento dell’Intelligenza artificiale; i temi della Difesa e gli scenari internazionali; lo smart working; le nuove modalità di viaggio e l’overtourism; le abitudini alimentari; il rapporto con il mondo animale e numerosi altri contenuti di stretta attualità.

Quasi la metà dei cittadini prevede per il prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei cittadini su dieci arrivano a fine mese ma con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve usare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%)

Dall’indagine campionaria del Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes sull’andamento dell’economia nazionale e della situazione personale dei cittadini, emerge una situazione segnata da fragilità diffusa. La vera incognita riguarda i prossimi mesi: la guerra in Iran, il rincaro delle materie prime energetiche, le tensioni commerciali internazionali e il possibile rialzo dei tassi d’interesse rappresentano una combinazione di rischi che potrebbe invertire i progressi registrati negli ultimi due anni.

Il fatto che quasi la metà dei cittadini (47,8%) preveda un peggioramento della situazione economica del Paese nei prossimi dodici mesi (oltre il 10% in più rispetto allo scorso anno) è un eloquente segnale di consapevolezza, timore di una nuova crisi in arrivo e sfiducia nel futuro. Nonostante questa indicazione, la dimensione economica personale e familiare mostra stabilità rispetto alla rilevazione dello scorso anno con la quota più ampia di cittadini (42,1%) che indica “rimasta sostanzialmente invariata” la propria situazione economica negli ultimi 12 mesi; tuttavia, il 36,9% riporta un deterioramento della propria situazione economica (12,7% “molto”; 24,2% “lievemente”) e solo uno su dieci ha sperimentato un miglioramento.

Il pagamento del canone d’affitto mette in difficoltà il 45,6% delle famiglie che devono affrontare questa spesa, seguono le utenze (28,7%), il mutuo (27,2%) e le spese mediche (25,5%). Ne consegue una quota molto elevata di famiglie che arriva a fine mese, ma con difficoltà (62,1%) e circa un terzo (33,1%, ma erano il 35,4% nel 2025) che usa i risparmi accumulati per poter arrivare alla fine del mese.

Prezzi in aumento per 8 italiani su 10 con valori oltre l’8% (38,9%). Alimentari, carburanti e pasti fuori casa le categorie nelle quali sono stati registrati maggiormente gli aumenti

L’indagine sui consumi elaborata dall’Eurispes fa emergere un giudizio negativo sull’andamento dei prezzi nel corso dell’anno passato con un’indicazione di aumento nell’82% dei casi. I cittadini ritengono che l’aumento dei prezzi si sia attestato oltre l’8% (38,9%), ma sono anche molti a riferire un aumento tra il 3% e l’8% (35,7%).

Le categorie dove i rincari sono stati più pesanti sono: generi alimentari (93,3%), carburanti (91,2%), pasti fuori casa (83,4%) e viaggi e vacanze (82,2%), ma anche trasporti (75,4%), vestiario e calzature (72,4%), cura della persona (70,9%), spese per la salute come ticket-medicine (68,8%), tecnologia (61,7%), arrendamento e servizi per la casa (61,4%), cinema/spettacoli e attività culturali (61,1%), affitto (60%). Quote più contenute riguardano invece l’acquisto della casa (56,8%), la palestra e lo sport (56,3%) e le spese telefoniche (49,9%).

Resistere e adattarsi: per far fronte alle difficoltà si rinviano anche acquisti considerati necessari (60,2%), si tagliano le uscite fuori casa (54%) e i viaggi (52%). Aiuto in casa, ripetizioni, giardinaggio, ecc. si pagano in nero nel 38% dei casi. Aumenta il numero di chi rinuncia ai controlli medici periodici e cure odontoiatriche. Metà degli italiani rateizzano gli acquisti attraverso le piattaforme digitali a tasso zero. La famiglia d’origine resta un porto sicuro per avere un aiuto economico (29%) o avere un posto dove vivere quando si è in difficoltà

Per contenere le spese, vengono rinviati anche acquisti considerati necessari (60,2%), si riducono le uscite fuori casa (54,1%), i viaggi o le vacanze (52,1%), si spende meno per la cura della persona (43,5%), l’aiuto domestico (42,6%), lavori o ristrutturazioni (39,6%). Quasi 4 italiani su 10, il 38%, ha fatto ricorso al pagamento in nero di alcuni servizi. Anche la quota di chi ha utilizzato la rateizzazione dei pagamenti (41%) si inserisce in questo quadro, con il ricorso a strumenti di dilazione per sostenere spese altrimenti difficilmente gestibili. Le rinunce più specifiche, legate a servizi di cura come babysitter (36,1%) e badante (37,3%), mostrano incidenze significative, pur riferendosi a sottoinsiemi della popolazione (“solo per chi ne ha bisogno”).

Le rinunce più difficili sono quelle relative alle cure per la salute più elevate nei controlli medici periodici (34,6%; erano il 27,2% nel 2025) e nelle cure odontoiatriche (32,1%; 28,2% nel 2025). Seguono visite specialistiche (23,4%), spese veterinarie (20,4%), terapie o interventi medici (19,8%), acquisto di medicinali (15,7%). Anche i tagli su trattamenti e interventi estetici hanno segnato un significativo aumento dal 26,4% all’attuale 34,9%.

Le piattaforme e app digitali per la rateizzazione a tasso zero vengono utilizzate nel 51,3% dei casi, con un calo rispetto al 2025 quando il valore si attestava al 65,3%.
Nelle difficoltà, ci si rivolge in particolare alla famiglia d’origine (29,1%), all’aiuto finanziario chiesto ad amicicolleghi o altri parenti (14,6%) o si chiedono soldi in prestito a privati non appartenenti alla cerchia di amici o parenti né a circuiti bancari (10,6%). Alcuni saldano in ritardo bollette e utenze (23,3%) e le tasse (18,8%). In un caso su dieci le difficoltà costringono a tornare nella casa della famiglia d’origine o dei suoceri (9,6%); a vendere o perdere beni importanti come casa, automobile, attività (11,4%); a contrarre debiti che non si è poi in grado di ripagare (9,3%); ad affittare una stanza/casa di proprietà (9,6%).

Necessità di prestiti per più di 2 italiani su 10. Ci si indebita soprattutto per acquistare casa o pagare debiti accumulati

Più di 2 italiani su 10 (22,1%) hanno chiesto nel corso dell’ultimo anno un prestito bancario, soprattutto per l’acquisto della casa (46,3%) e la necessità di pagare debiti accumulati (29,1%). A questo va aggiunto che il 20,5% ha avuto la necessità di rivolgersi alla banca per saldare prestiti contratti con altre banche/finanziarie, gettando ulteriore luce sul fenomeno del sovraindebitamento che intrappola le famiglie in un circolo vizioso in cui la difficoltà a onorare i finanziamenti spinge a rivolgersi ad altri istituti rinegoziando la propria posizione.

Un cittadino su cinque ha poi avuto bisogno di indebitarsi per poter affrontare cure mediche (21,6%) o per sostenere le spese di cerimonie come matrimonio, cresima, battesimi, ecc. (20%), mentre è più basso il ricorso ai prestiti per pagare le vacanze (12,1%). A rivolgersi più spesso alle banche per ottenere un prestito sono state le famiglie composte da coppia di genitori con figli (25,8%).

Ancora agli albori l’uso di Internet, piattaforme e Social per avere indicazioni per la gestione di investimenti e risparmio, solo l’8,4% degli italiani ha comprato o utilizzato bitcon e criptovalute

Sono stati esplorati tre comportamenti che rappresentano altrettante frontiere dell’evoluzione delle abitudini di gestione del risparmio e dell’investimento. Il più diffuso è quello di seguire consigli trovati on line, provenienti da Youtuber/Influencer presenti su Social, gruppi di discussione o forum (14,7%). L’uso di piattaforme di confronto di piani finanziari di accumulo capitale (come Moneyfarm, Scalable Capital, Fineco Replay, ecc.) è limitato al 9,5% del campione e sono pochi ad aver acquistato/utilizzato bitcoin e criptovalute (8,4%).

Scarsa solidarietà sociale e sfiducia verso il prossimo diffusa. In caso di difficoltà economica gli italiani in larghissima maggioranza (82,2%) non si sentono sostenuti delle Istituzioni

Il 65,8% degli italiani ritiene che nel nostro Paese la solidarietà sociale sia scarsa, il 62,5% non si fida del prossimo e ben l’82,2% ritiene che i cittadini non siano adeguatamente sostenuti dalle Istituzioni in caso di difficoltà economica.

La sfiducia è più radicata presso i giovani tra i 18 e i 24 anni: sono quelli che più spesso rispondono di avere nessuna o poca percezione di solidarietà sociale (70,2%) e, insieme ai 25-34enni, hanno anche meno fiducia nel prossimo (66,8% e 67,6%), e nell’aiuto delle Istituzioni (83,5% e 85,8%). L’unico segnale positivo proviene dalle persone su cui contare in caso di difficoltà economiche: ne dispone il 54% degli italiani; una percentuale comunque non eccellente, considerando che il 46% si troverebbe privo di sostegno in caso di difficoltà.

Il ceto medio che si sgretola e le prospettive del sistema pensionistico

Il potere d’acquisto del ceto medio italiano è sceso del 7,5% circa dal 2021 (Ocse, 2025); nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre i beni essenziali (utenze, cibo, medicine) sono aumentati oltre il tasso d’inflazione. Il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale; la metà più povera ne detiene appena il 7,4%. Nel 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di 61,1 miliardi di euro (+166 milioni al giorno), raggiungendo 272,5 miliardi complessivi. Circa il 43% della popolazione italiana non versa l’Irpef; su 42,6 milioni di dichiaranti, 9 milioni (il 21%) presentano un’imposta netta pari a zero. Il 76,87% del gettito Irpef grava su soli 11,6 milioni di contribuenti. Secondo l’Ocsse, appartiene alla classe media chi guadagna tra 1.877 e 5.006 euro netti al mese. Il reddito familiare più diffuso in Italia è di circa 2.500 euro mensili: la maggior parte delle famiglie italiane si colloca quindi nella parte bassa di questa fascia. La ricchezza netta delle famiglie italiane è scesa del 5,5% nel decennio 2014-2024; il ceto medio sopravvive sempre più grazie al patrimonio ereditato dalle generazioni precedenti.

E mentre la forza del ceto medio a sostegno dell’economia del Paese si affievolisce, ci troviamo a fronteggiare un problema di sostenibilità del sistema pensionistico. Le nascite totali sono in costante calo dal 2004, fino al minimo storico registrato nel 2024, con una riduzione del 34% in vent’anni. Il sistema pensionistico italiano è sotto pressione per la convergenza simultanea di più dinamiche che si alimentano a vicenda. La natalità scende, la base contributiva si restringe, i salari reali ristagnano, il lavoro irregolare sottrae risorse al sistema, i giovani più qualificati emigrano portando con sé il capitale umano finanziato con risorse pubbliche. Ciascuna di queste dinamiche, presa isolatamente, sarebbe gestibile. La loro combinazione produce uno squilibrio strutturale.

Le proiezioni prefigurano un miglioramento a partire dal 2040, costruito però su ipotesi che i dati attuali faticano a sostenere: crescita della produttività all’1,3% annuo, inversione della natalità, saldo migratorio positivo di 165.000 unità l’anno. Nel frattempo, le generazioni che contribuiscono, oggi si trovano di fronte a una prospettiva concreta: andare in pensione a 70 anni con un assegno pari a poco più della metà dell’ultima retribuzione. Sono necessari interventi che agiscano simultaneamente su più fronti: ampliare la base contributiva contrastando il lavoro irregolare, valorizzare i flussi migratori come fattore di stabilizzazione del mercato del lavoro, ridurre le barriere strutturali alla genitorialità, correggere le asimmetrie di genere che sottraggono ogni anno al sistema milioni di giornate lavorate.

Smart working: un equilibrismo felice

Lo smart working per gli italiani appare come una forma di equilibrismo, generalmente felice, tra spazi di vita ed autonomia, ottimizzazione delle risorse (di tempo ed economiche), senza una totale rinuncia alla socialità, alla distinzione degli spazi e ad alcune abitudini che per molti fanno ormai parte della vita lavorativa. Resta da scoprire come e quanto l’irruzione irrefrenabile dell’Intelligenza artificiale nella vita quotidiana e nel mercato occupazionale influirà anche nell’àmbito dell’organizzazione logistica del lavoro.

Secondo l’indagine 2026 dell’Eurispes, il 31,3% degli lavoratori intervistati fa smart working: il 5,7% sempre, l’8,7% per la maggior parte del tempo, il 16,9 % per la minoranza del tempo. Tra gli smart workers prevale la modalità ibrida, con alternanza di lavoro in presenza e lavoro da casa. Lo smart working si accompagna con maggior frequenza ai rapporti lavorativi flessibili e a quelli autonomi, rispetto a quelli subordinati e stabili (partita Iva 37,9% e 33,7% contratti atipici). L’87,1% degli smart workers vorrebbe continuare a lavorare da casa soprattutto per gli aspetti positivi: gestione degli impegni familiari e domestici (82,7%), qualità della vita (80,8%), e l’organizzazione del lavoro (78,1%).

Non potendo più lavorare in smart working, il 46% dei lavoratori si dispiacerebbe, ma si adatterebbe, il 28,8% non avrebbe particolari problemi, il 13,9%, invece, lascerebbe il lavoro/cercherebbe un altro lavoro in smart working, mentre per l’11,3% sarebbe un cambiamento positivo. Dunque le reazioni negative, più o meno drastiche, rappresentano il 59,9%, le reazioni positive o neutre il 40,1%.

Cittadini e Istituzioni: il Presidente della Repubblica è l’unico tra le Istituzioni più importanti a raccogliere la piena fiducia (61,8%). Sempre amatissime le Forze dell’Ordine e di Polizia, le Forze Armate e l’Intelligence insieme a Scuola, Università e Volontariato. La fiducia nella Chiesa divide a metà il campione

I risultati dell’indagine sul livello di fiducia nei confronti delle Istituzioni, nel 2026, parlano di continuità e di stabilità con valori percentuali che replicano e si sovrappongono con quelli dello scorso anno. Ancora sempre amatissimi il Presidente della Repubblica, le Forze Armate e quelle di Polizia, l’Intelligence, ma anche la Scuola e l’Università e il Volontariato. Al contrario, sempre in parallelo con il 2025, si evince una sfiducia verso la politica e i partiti, ma anche verso il Parlamento che dovrebbe essere il luogo dove gli italiani si sentono massimamente rappresentati. Un risultato complessivo che avalla l’idea che nei momenti di crisi si privilegi la stabilità anche come elemento di difesa.

Il Presidente della Repubblica, dunque, è l’unico a raccogliere piena fiducia tra le Istituzioni più importanti con il 61,8% dei giudizi positivi. A grande distanza, il Parlamento vede fiducioso circa 1 cittadino su 4 (26,1%), mentre il Governo si attesta al 32,1%. La sfiducia nei confronti della Magistratura arriva al 46,5%, anche se il giudizio dei cittadini è spaccato a metà (i fiduciosi sono il 43,4%). Anche i Presidenti delle Regioni non raccolgono un consenso pieno nel giudizio dei cittadini e si fermano al 41,2%.

Con un risultato simile allo scorso anno, sono sempre amatissime le Forze dell’ordine e le Forze Armate con l’Arma dei Carabinieri che raccoglie il 70,2% dei consensi; la Guardia di Finanza il 71,7%; la Polizia di Stato il 66,8%; l’Esercito Italiano il 71,9%; l’Aeronautica Militare il 74% (77,4% nel 2025) e la Marina Militare il 73,6%; la Guardia Costiera il 71,1%. Anche l’Intelligence ottiene un buon risultato con il 63,5% dei cittadini fiduciosi. Altissimo il grado di fiducia accordato ai Vigili del Fuoco che nel 2026 arriva all’85,8%. La Polizia penitenziaria cala rispetto alla scorsa indagine al 57,6% dei giudizi positivi, mentre la Polizia locale resta al 56,4%.

Tra le altre Istituzioni considerate: positivo e in rialzo, anche se generalmente moderato, il giudizio su Università (73,7%) e Scuola (68%), Protezione civile (78,5%), Volontariato (64%), Sistema sanitario (58%) e (51,3%). Crescono in termini di fiducia ma non riescono a superare la soglia del 50% dei giudizi positivi i partiti che passano dal 21,1% del 2025 al 25,7%; i sindacati dal 38,6% al 41,6% e le altre confessioni religiose diverse da quella cattolica dal 31,1% del 2025 al 32,6% del 2026. Tra le Istituzioni che invece subiscono un calo di fiducia: la Chiesa che passa dal 52,6% al 50,3% del 2026, le Associazioni degli imprenditori (dal 42,5% al 40,7%) e la Pubblica amministrazione (dal 36,3% al 35,9%).

Gli italiani chiedono più potere al Presidente della Repubblica per una democrazia più moderna

L’indagine ha raccolto le opinioni dei cittadini su quali misure potrebbero far lavorare meglio e più efficientemente il nostro sistema. Per vivere in una democrazia moderna ed efficiente, secondo la metà degli italiani (50,3%), il Presidente della Repubblica dovrebbe avere più potere, un’opinione che conferma l’affezione dei cittadini verso questa figura istituzionale.

Per più di un italiano su cinque (22,9%), invece, la figura che dovrebbe avere più potere per far funzionare meglio le cose è quella del Presidente del Consiglio dei Ministri, mentre per il 17,1% è il Consiglio Superiore della Magistratura; seguono il Presidente del Senato (4,9%) e il Presidente della Camera (4,8%).

Il 46,8% dei cittadini caldeggia l’istituzione di un Ministero per il Sud. La questione meridionale è ancora aperta, ma in 10 anni gli italiani hanno perso interesse sul tema

Per un italiano su quattro (25,1%) quella del Mezzogiorno è una questione complessa che va affrontata con un approccio e strumenti specifici e più di un italiano su 5 (21,8%) pensa che l’istituzione di un organo di gestione e controllo aiuterebbe a ristabilire trasparenza nell’utilizzo delle risorse per il Sud. Per il 23% istituire un organo specifico per la risoluzione del divario Nord-Sud sarebbe, invece, inutile e gravoso per la spesa pubblica e il 13,8% ritiene che la questione meridionale non sia una priorità per il Paese. Molti, il 16,3%, non hanno un’opinione in merito.

Si può affermare, dunque, che prevale la parte dei cittadini che caldeggia (46,8%) l’istituzione di un Ministero per il Sud, anche se nel 2016 il dato arrivava al 54,7%. Dieci anni fa, infatti, ben più di un italiano su tre (37,2%) riteneva che la questione del Mezzogiorno fosse complessa e avesse bisogno di un approccio specifico con strumenti dedicati come un ministero ad hoc (-12%). La quota di italiani secondo cui l’istituzione di un organo di gestione e controllo sarebbe in grado di ristabilire maggiore trasparenza nell’utilizzo delle risorse per il Sud era invece inferiore (17,5%). Il numero di chi non ritiene la questione meridionale una priorità del Paese è quasi raddoppiata dal 2016 (7,7%) ad oggi (13,8%), mentre ha perso circa 3 punti percentuali, dal 2016 ad oggi, la quota di italiani che ritengono il Ministero per il Sud una perdita di denaro (26,4%).

L’idea invece di istituire un Ministero per il Futuro convince il 45% degli italiani ed è un’opzione che raccoglie soprattutto l’interesse dei giovanissimi dai 18 ai 24 anni (63%).

L’idea di investire sulla Difesa e di ripensare esercito e armamenti non convincono gli italiani

Il 44,2% degli italiani considera un costo le risorse destinate alla Difesa, al contrario, il 32,1% le vede come un investimento, mentre moltissimi, il 23,7%, non sanno esprimersi in merito. Mettendo a confronto queste risposte con quelle fornite al medesimo quesito nel 2024, è aumentata la quota di coloro che vedono le spese per la Difesa soprattutto come un costo (dal 36,2% al 44,2%).

La maggioranza degli italiani (54%) guarda con favore l’ipotesi di addestrare volontari che, in caso di necessità, possano essere attivati per affiancare le Forze armate (risponde negativamente il 46%). Invece, la possibilità di ripristinare il servizio militare di leva per i giovani vede contraria la larga maggioranza dei cittadini (63,2%, contro il 36,8% dei favorevoli). Tre italiani su dieci auspicano un incremento della spesa militare volto a garantire dotazione adeguata di armamenti per la difesa del Paese (30,2%, a fronte di un 69,8% contrari). Solo il 27,1% condivide l’idea di un reclutamento obbligatorio al servizio militare tramite normativa o disposizione straordinaria, in vista della possibilità di difendere il Paese.

A distanza di due anni, l’ipotesi di ripristinare il servizio militare di leva per i giovani, che vedeva concorde la metà dei cittadini, raccoglie ora il favore di un più contenuto 36,8%. Continuano ad essere minoritari i cittadini favorevoli al reclutamento obbligatorio al servizio militare tramite normativa o disposizione straordinaria, in vista della possibilità di difendere il Paese, ma la percentuale scende ulteriormente (dal 38,1% del 2024 al 27,1%). Incrementare la spesa militare per garantire una più adeguata dotazione (armamenti) per la difesa del Paese vedeva favorevoli nel 2024 oltre 4 intervistati su 10, ora scesi a 3 su 10 (meno 10,5 punti percentuali).

Il giudizio sul conflitto Russia-Ucraina

Tre quarti dei cittadini (75,6%) giudicano “ingiustificabile” l’invasione russa, la pensa contrariamente il 24,4%. Un quinto dei cittadini (20,7%) ritiene invece l’invasione “comprensibile”.

Guardando alle prospettive ed ai rischi futuri, la maggioranza degli italiani (61,8%) non crede che l’invasione dell’Ucraina sia preludio di altri attacchi russi in Europa, mentre il 38,2% ha questo timore. Più della metà (52%) pensa sia invece preludio di un espansionismo russo su altri territori.

Un nuovo ordine mondiale

Agli italiani è stato chiesto di esprimere un’opinione sulla possibilità di una “spartizione” del mondo in aree di influenza delle superpotenze (Stati Uniti, Cina, Russia): la maggioranza considera negativa questa possibilità (54,9%), il 17% la definisce “il male minore”, solo il 4,6% la reputa positiva; quasi 1 su 4 non sa pronunciarsi in merito (23,5%).

L’insieme delle risposte mostra una valutazione prevalentemente negativa nei confronti di un nuovo assetto che lascia prefigurare giochi di forza e violazioni del diritto internazionale, nonché dei diritti degli Stati sovrani, ma anche, per oltre un quinto del campione, la sensazione che questo tacito accordo possa ridurre il rischio di scontri diretti tra superpotenze. L’elevato numero di chi non si sente in grado di fornire un giudizio conferma poi la complessità delle dinamiche in atto e la mancanza di chiarezza.

Rispettare gli accordi Nato in caso di attacco ad un paese membro?

Nell’ipotesi in cui ad essere attaccato fosse un paese appartenente alla Nato, più della metà degli italiani (52,6%) afferma che l’Italia dovrebbe restare neutrale, un quarto che dovrebbe inviare milizie ed armi in difesa del paese aggredito (25%) ed il 22,4% che dovrebbe inviare armi in sua difesa.

Il campione risulta diviso, con una metà contraria a qualunque forma di sostegno in caso di attacco (nonostante l’appartenenza alla Nato lo preveda espressamente) e gli altri favorevoli o ad aiuti esclusivamente sotto forma di armi, o di armi e milizie. Un cittadino su 4 riterrebbe giusto inviare anche soldati italiani sul campo.

Gli italiani vedono l’Europa come un’entità senza unità

Secondo il 64,4% degli italiani, l’Europa non è unita dal punto di vista della difesa militare, per il 65,2% non lo è neanche sul piano delle politiche economiche. Ancora peggio se si considera il livello di unità dal punto di vista politico (67,8%).

Il giudizio migliora solo se si considera l’Unione dal punto di vista commerciale, anche se la maggioranza, il 57,9%, giudica che non vi sia unità neanche in questo caso.

Temi etici: l’opinione degli italiani su fine vita, procreazione assistita e utero in affitto, adozioni, coppie di fatto e unioni tra persone dello stesso sesso, droghe leggere e prostituzione

L’indagine dell’Eurispes sui temi etici sonda le percezioni e le opinioni della popolazione su alcune delle questioni più rilevanti del nostro tempo. Si registra per il 2026 una quota del 70,2% di italiani favorevoli all’eutanasia (erano il 66,7% nel 2024), mentre per l’eutanasia in caso di demenza senile avanzata, se indicato dal soggetto interessato nelle proprie disposizioni anticipate, il valore dei consensi arriva al 67,1% (65,7% nel 2025); il testamento biologico (nel nostro ordinamento del 2018) trova favorevoli 8 cittadini su 10 (80,2%); il suicidio assistito raccoglie il 54,3% dei consensi nel 2026 (nel 2019 si dichiarava favorevole soltanto il 39,4%).

La tutela giuridica delle coppie di fatto indipendentemente dal sesso è accolta favorevolmente dagli italiani (69,6%), come pure il matrimonio tra persone dello stesso sesso (66%, un dato non difforme dal 2025) mentre quasi 6 italiani su 10 sono d’accordo sul riconoscimento dei figli di coppie dello stesso sesso (56,9%, in leggera diminuzione rispetto allo scorso anno: 58,1%). Poco più di un italiano su due si dice favorevole rispetto alla possibilità di adottare figli per le coppie dello stesso sesso (55,2%) e per i single (55,8%). Si tratta di un tema che nel tempo sta trovando maggiori spazi di accettazione. Il riconoscimento delle identità di genere che non si rispecchiano nel femminile o nel maschile raccoglie il consenso di poco meno della metà degli italiani (49,2%, erano il 51,1% nel 2025).

La questione della fecondazione eterologa risulta particolarmente delicata: nel 2026, gli italiani favorevoli sono quasi 6 su 10 (59,2%). In parallelo, la questione dell’utero in affitto trova il sostegno, nel 2026, solo del 35,6% degli italiani a fronte del 64,5% di quanti si dichiarano invece contrari, facendo registrare il dato più basso, insieme a quello del 2025 (35,5%) della serie storica di indagine (2021-2026).

Rispetto alla legalizzazione delle droghe leggere (hashish e marjuana), nel 2026 meno di un italiano su due si dichiara favorevole (46,1%), con un lieve incremento dei pareri favorevoli rispetto al 2025 (42%; erano il 52,3% nel 2022). La legalizzazione della prostituzione vede favorevoli metà degli italiani intervistati (50,3%). I dati rivelano una progressiva chiusura su questo tema rispetto al recente passato, quando il tema incontrava il favore di una fetta di popolazione più ampia: il 57,7% nel 2016 e ben il 65,5% nel 2015.

La regolazione dell’accesso ai Social per i minori di 15 anni: italiani favorevoli ad una nuova normativa. Il tema dell’uso dell’AI per prevenire la devianza minorile è divisivo

La proposta di introdurre in Italia il divieto dell’uso dei Social network per i minori di 15-16 anni, sul modello di quanto già adottato o in corso di adozione in altri paesi, come Australia, Francia e Spagna, raccoglie un consenso ampio e netto tra gli italiani: il 78,9% è favorevole, mentre il 21,1% si esprime in senso contrario.

Il tema dell’Intelligenza artificiale per la prevenzione della devianza minorile sembra divisivo, con il 51,5% che esprime una posizione favorevole e il 48,4% contraria. Tra i favorevoli, la motivazione più diffusa è quella legata all’aumento della criminalità minorile (20,7%), seguita dall’argomento della tutela dei giovani in contesti a rischio (15,7%) e dalla valorizzazione delle potenzialità tecnologiche in chiave di sicurezza (15,1%).

Sul fronte contrario, la preoccupazione più condivisa riguarda l’inadeguatezza dell’Intelligenza artificiale a gestire una questione tanto delicata (26%); seguono le perplessità legate all’apertura di un dibattito difficilmente risolvibile sugli aspetti etici del controllo delle persone (12,3%) e quelle relative alla privacy (10,1%).

Tecnologie digitali e salute: solo il 18% usa app specifiche per il monitoraggio del benessere digitale o mentale. In otto casi su dieci si fa uso di dispositivi nell’ora precedente il sonno e lo smartphone resta vicino anche nelle ore notturne in camera nel 77,5% dei casi. Le piattaforme digitali mostrano contenuti in linea con gli interessi di chi ne fruisce ma influenzano anche opinioni e stati d’animo

L’indagine sul rapporto dei cittadini italiani con le tecnologie digitali fa emergere per prima cosa il dato dell’88,8% dei rispondenti che non è in grado di individuare chiaramente quanto tempo impegna in attività on line. Solo il 12,7% ha adottato strategie per limitare l’uso delle tecnologie digitali mentre il 30% circa riconosce la necessità di adottare pratiche di autoregolazione. Disattivare le notifiche (27,9%) è la strategia più usata per limitare l’uso delle tecnologie, seguita dall’impiego di timer o limiti di utilizzo delle app (27%), dalla definizione di momenti “device free” (16,7%) e dal digital detox (11,6%).

Riguardo all’uso di app specifiche per il monitoraggio del benessere digitale, le utilizza il 18,6%, una quota simile (18%) usa anche quelle per il monitoraggio del benessere mentale. L’uso di dispositivi nell’ora precedente il sonno riguarda complessivamente l’81,4% degli interpellati e lo smartphone resta vicino anche nelle ore notturne in camera (77,5%), sebbene con modalità diverse. Quasi un quarto lo mantiene acceso con notifiche attive (23,3%).

Secondo il 71,7% degli italiani che ne fruisce, le piattaforme (Social network, applicazioni di video/musica, notizie, shopping) mostrano soprattutto contenuti coerenti con i propri interessi, oltre la metà (56,3%) ritiene che le piattaforme propongono anche contenuti nuovi capaci di stimolare curiosità. Quasi tre persone su dieci (29,7%) ritengono che le piattaforme influenzino opinioni o stati d’animo.

Sono stati poi individuati due gruppi: il primo che reputa problematico il proprio rapporto con le tecnologie e il secondo che è stato definito non problematico. Tutte le variabili individuate risultano connotare fortemente il primo gruppo: il controllo delle notifiche appena svegli (56,5%), il controllo di aggiornamenti durante la giornata anche senza notifiche (61,4%,); la tendenza a leggere subito le chat di gruppo (50,9%), il controllo di ciò che pubblicano le persone conosciute (44,6%), l’importanza attribuita a condividere i propri stati d’animo online (29,4%), interrompere altre attività per controllare notifiche o aggiornamenti (45,2%); ridurre l’uso di tecnologie senza riuscirvi (40,6%) e disconnettersi senza disagio (46,9%).

Tra chi valuta problematico il proprio rapporto con la tecnologia, oltre la metà usa lo smartphone più del previsto (51,5%), mentre tra chi non lo percepisce problematico, questo comportamento riguarda meno di un terzo (29,9%). Lo stesso accade rispetto alla difficoltà a concentrarsi a causa del pensiero ricorrente a Social (circa 40% contro il 15,7%) e al sentirsi irrequieti se non si può controllare lo smartphone (41,9% vs 16%).  Anche l’ansia collegata a segnali di “dipendenza funzionale” (come la batteria scarica) è più frequente (44,2% contro 23,9%) e la consapevolezza dell’impatto delle tecnologie sul proprio benessere psicologico è maggiore (36,7% contro 13,1%).

Nell’utilizzare i Social, il 46,7% del gruppo critico (contro il 22,6%) ha la sensazione di sentirsi “al di fuori del mondo reale”; il 50,2% (contro il 23,7%) sente il bisogno di collegarsi continuamente; il 48,9%, (contro il 27,3%) si sente meno solo sui Social; il 49,3%(contro il 28,1%) li trova luoghi dove è più facile esprimersi e interagire; il 33,2% (contro il 15%) si sente inferiore rispetto alla vita mostrata dagli altri.

Tra familiarità e distanza: come gli italiani stanno (ri)definendo il rapporto con l’Intelligenza artificiale in una fase di transizione

Il rapporto degli italiani con l’Intelligenza artificiale non è ancora pienamente consolidato. Complessivamente, il 51,8% la usa, ma a farlo abitualmente è solo il 14,4%. Il 48,3%, invece, non ne fruisce mai.

L’Intelligenza artificiale viene largamente usata per la richiesta di informazioni pratiche (81,3%), per lavorare o studiare (60,5%) e per svago o gioco (54%). Le richieste in àmbito sanitario (indicazioni mediche, fare autodiagnosi) si attestano al 41,2%, mentre il ricorso all’AI per affrontare problemi personali o supportare decisioni da prendere è al 27,5% seguito dall’uso per sostegno emotivo o psicologico (21,8%).

L’AI si usa soprattutto per creare testi (70%) e fare traduzioni (63,8%), ma anche per attività di calcolo e stima (57,9%) e produrre contenuti multimediali (50,9%). Meno diffuso l’apprendimento linguistico tramite tutor virtuali (25,9%) e solo il 17,9% usa l’AI per svolgere la maggior parte del proprio lavoro.

Secondo gli italiani, l’AI è utile (62,7%) ma necessita di una regolamentazione (62,5%); se da un lato ci semplificherà la vita (51,1%), non è detto che distruggerà la creatività (48,4% favorevoli contro 51,6% contrari). Il timore di pentirsi della sua creazione (41,1%) e quello legato al lavoro – ci ruberà il lavoro (39,6%) – restano sotto la soglia della metà delle indicazioni, mentre l’idea di un progresso diffuso in tutti i settori si ferma al 37%. Le valutazioni sull’impatto che l’AI avrà sul proprio settore professionale, indicano un impatto contenuto nel 40,8% dei casi e, invece, un’influenza significativa nel 38,1% dei casi.

Il grado di fiducia nei sistemi di Intelligenza artificiale riguarda in positivo solo la generazione di testi (54%) mentre la sfiducia emerge per quando riguarda il credito e negli investimenti (65,9%), le diagnosi mediche a distanza (71,1%), la selezione del personale (77,3%).

Cyberstalking: tra i reati il più diffuso, ne hanno fatto esperienza quasi tre italiani su dieci online

L’esperienza di vittimizzazione online delinea un quadro in cui i reati e i comportamenti digitali lesivi coinvolgono quote significative della popolazione. Il cyberstalking si colloca al vertice della distribuzione, con il 28,2% dei cittadini (che fruiscono il digitale) che dichiarano di averne subìto almeno un episodio, confermandosi come la forma di reato più diffusa tra quelle rilevate.

Seguono la violazione della privacy (19,7%) e il tentativo di adescamento tramite falsa identità per ottenere un incontro, foto private, ecc. (17,6%), due fenomeni distinti per natura ma accomunati da una logica di manipolazione e appropriazione indebita dell’identità o dell’immagine altrui.

Le incidenze più contenute si registrano per il cyberbullismo (12,6%) e il revenge porn (9,8%). Il confronto con i dati rilevati nel 2024 evidenzia alcune variazioni di rilievo: il cyberstalking, passa da un’incidenza del 14% del 2024 al 28,2% del 2026, un incremento di 14 punti percentuali.

Si evidenzia un gradiente generazionale che attraversa in modo coerente quasi tutte le tipologie di vittimizzazione, con le quote più elevate concentrate nelle fasce più giovani e una progressiva riduzione all’aumentare dell’età.

Turismo, il profilo del nuovo viaggiatore: si cerca di viaggiare in bassa stagione verso mete poco turistiche. Le seconde case di nonni e genitori sono un rifugio per metà degli italiani, meno praticate le forme di ospitalità collaborativa. Si contrae la durata del viaggio. Il 60% degli italiani è contro l’overtourism

I dati raccolti dall’Eurispes nel 2026 restituiscono una lettura articolata dei comportamenti turistici degli italiani. Il 42,5% cerca di viaggiare in periodi non turistici (“qualche volta” e “abitualmente”), quindi in bassa stagione, lontano da feste e ponti, e il 26,9% usa raramente questa modalità. Il 41,7% sceglie mete poco turistiche e il 28,6% lo fa, ma raramente.

Le destinazioni sono scelte prescindendo dai Social (57,3%, anche se il 21,9% si reca “qualche volta” e “abitualmente” nei luoghi visti sui Social) e dall’influenza di serie e fiction (58,7%). Le forme di ospitalità collaborativa riguardano, con diversa frequenza, il 22,4% di chi viaggia. Sono in molti invece ad usufruire delle seconde case di nonni o genitori (50,3%).legge di bilancio grafici

Nella scelta del luogo in cui viaggiare, la curiosità personale è la motivazione prevalente (33,5%), seguita dal passaparola di amici e parenti (18,8%) e dal desiderio di ritornare nei posti dove si è stati bene (12%). Sul fronte delle modalità di organizzazione del viaggio, il 33,2% degli italiani cambia modalità a seconda delle circostanze, il 28,5% opta per l’organizzazione autonoma rispetto al ricorso a intermediari, tra cui agenzie di viaggio (14,5%) e piattaforme online (11,5%). Affidarsi all’Intelligenza artificiale è ancora un fenomeno marginale (2%).

Si contrae la durata dei soggiorni: il 43% ha ridotto la durata complessiva dei propri viaggi e il 40% ha accorciato le proprie vacanze estive. La settimana bianca, escludendo coloro che non la fanno (59%), rimane un altro momento irrinunciabile: tra tutte le tipologie di vacanza è quella meno ridotta (16,7%).

Rispetto al fenomeno dell’overtourism quasi il 60% degli italiani esprime una valutazione negativa, soprattutto nelle grandi città. Esprime, invece, una valutazione positiva nel complesso il 40,9% degli interpellati.

Vivere immersi nel patrimonio culturale spinge i residenti allo studio?

L’analisi fattoriale condotta dall’Eurispes su 135 province ha messo in relazione dati di popolazione, offerta e fruizione culturale e indicatori di istruzione BES per misurare se esiste una correlazione tra concentrazione culturale e capitale educativo dei territori.

Il sistema culturale statale genera flussi importanti: 18,7 milioni di visitatori nei musei e 31,5 milioni nelle aree archeologiche nel 2024, con introiti di 147 milioni di euro (musei) e 119 milioni (aree). Firenze vale da sola 6,05 milioni di visite e 75 milioni di euro di introiti museali. Roma concentra 17,19 milioni di visite e 36,6 milioni di euro nelle aree archeologiche. Il Centro assorbe il 52% dei visitatori museali nazionali (9,76 milioni), con la Toscana al 34% del totale. Lazio e Campania insieme raccolgono oltre 4 visite su 5 e oltre 4 euro su 5 degli incassi archeologici: una concentrazione straordinaria che riflette il peso di Roma e di Pompei-Ercolano.

Sul fronte dell’istruzione, il quadro nazionale mostra luci e ombre. La partecipazione alla scuola dell’infanzia è molto alta (95%), ma il 39% degli studenti non raggiunge livelli adeguati in lettura e il 44% in matematica. Il tasso di NEET è al 16%, i laureati tra i 25-39 anni sono il 30% e la formazione continua si ferma all’ 11%. Il divario territoriale nell’istruzione è netto. Al Nord, i giovani laureati sono il 32-35%, i NEET intorno all’ 11%, gli adulti diplomati oltre il 68%. Al Sud e nelle Isole i NEET salgono al 24-27%, i laureati scendono al 23-25% e i non adeguati in matematica superano il 50% in molte province, come Crotone, Caltanissetta e Napoli.

Il Lazio è il caso più significativo dell’intera analisi: punto di massima concentrazione culturale (polo Unesco, musei, aree archeologiche) e al tempo stesso tra i più forti sul capitale umano. Roma registra il 42% di giovani laureati, il 78% di adulti diplomati e il 16% di partecipazione alla formazione continua, i valori più alti del Paese. La mappa finale mostra Lazio, Toscana e Campania come outlier culturali chiaramente separati dal resto. Sul fattore istruzione, un cluster compatto di regioni del Nord e del Centro-Nord (Umbria, Friuli, Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Marche) mostra il capitale educativo più elevato. Le regioni del Mezzogiorno, tranne la Campania, si distribuiscono intorno allo zero su entrambe le dimensioni.

Turismo ed export incidono sulla crescita dei territori

Il turismo e l’export sono indicatori economici ma sono anche specchi del benessere di un territorio. L’analisi statistica condotta dall’Eurispes su 137 province italiane mostra che i luoghi più capaci di attrarre visitatori stranieri e di esportare i propri prodotti nel mondo tendono anche a essere quelli con maggiore occupazione, istruzione più diffusa, aspettativa di vita più alta e minore disoccupazione giovanile. L’analisi ha individuato sei componenti principali di cui le prime due sono le più rilevanti e permettono già di delineare i profili fondamentali.

La prima componente, definibile come “Gli ambasciatori delle economie avanzate”, è correlata positivamente con valori elevati sia con le variabili turistiche sia con quelle dell’export, e allo stesso tempo con speranza di vita, diplomati, laureati, partecipazione alla formazione continua, tasso di occupazione e partecipazione elettorale. Definisce cioè quei territori provinciali con un livello di benessere generale alto e una forte vocazione all’apertura internazionale. Sono contesti in cui le tre dimensioni (turismo, export e benessere) si rafforzano reciprocamente.

La seconda componente, gli “Attrattori dei territori in evoluzione”, si differenzia per una relazione ancora più marcata con le variabili turistiche e dell’export, ma anche per una correlazione positiva con indicatori sociali negativi come NEET, scarsa competenza alfa-numerica e mancata partecipazione al lavoro giovanile. Descrive territori dove l’apertura internazionale sta crescendo con forza, ma il benessere socioeconomico è ancora in una fase di consolidamento: la spinta verso l’esterno c’è, ma non si è ancora tradotta pienamente in miglioramento delle condizioni di vita dei residenti.

La terza componente, i “Localisti del benessere”, presenta una relazione positiva con istruzione e connettività a banda larga, ma con un legame debole con turismo ed export: sono territori dove il benessere è presente ma ha una dimensione prevalentemente interna, meno proiettata verso i mercati internazionali. Le componenti dalla quarta alla sesta catturano invece caratteristiche più specifiche legate alla struttura produttiva, all’occupazione totale e giovanile e ad altri fattori locali, identificabili come “territori produttivi”.

La distribuzione regionale dei punteggi sulle componenti restituisce una mappa chiara e coerente con le caratteristiche strutturali del Paese. Il profilo degli “Ambasciatori dei territori” è dominante nelle regioni del Nord e del Centro con maggiore tradizione manifatturiera e turistica: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige e Toscana. In questi territori turismo, export e benessere risultano tutti elevati e armonicamente integrati: alta occupazione, istruzione diffusa, aspettativa di vita superiore alla media, partecipazione civica attiva.

Il profilo degli “Attrattrori in evoluzione” prevale nelle regioni del Mezzogiorno e nelle Isole: Calabria, Sicilia, Puglia, Sardegna e Campania. Qui si osserva una crescita rilevante e reale dei flussi turistici e dell’export, ma gli indicatori di benessere economico e sociale (occupazione giovanile, istruzione, accesso al credito) restano in una fase di consolidamento.

Il profilo a “benessere locale” caratterizza alcune regioni dell’Italia centro-meridionale (Abruzzo, Molise, Basilicata, Umbria e Lazio) dove il benessere ha una dimensione più interna e meno orientata ai mercati internazionali. Il Lazio mostra però una certa sovrapposizione con la quarta componente, analogamente alla Liguria. Infine, le regioni a forte vocazione produttiva come Piemonte, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia si caratterizzano per un orientamento prevalente verso la struttura economica e manifatturiera, con una relazione con turismo e export meno dominante rispetto agli altri fattori.

In diminuzione nel 2026 il numero dei nuclei familiari che accolgono un animale domestico (-6,8%). Si spende soprattutto per alimentazione e cure veterinarie e la spesa mensile per il proprio pet si concentra nella fascia 31-100 euro (57,9%)

Nel 2026 ha un animale domestico poco più di un terzo degli italiani (33,7%) con un calo rispetto allo scorso anno di 6,8 punti percentuali. Cani (41%) e gatti (37,1%) si confermano i protagonisti assoluti nelle case degli italiani. La spesa mensile per i nostri amici animali si concentra nella fascia 31-100 euro (57,9%), anche se non manca chi, il 26,1%, affronta una spesa mensile tra i 100 e 300 euro e oltre.

Si spende soprattutto per alimentazione (50,8%) e cure veterinarie (40,1%). Per toeletta (58,4%), giochi (72,3%), abbigliamento (77,8%) e servizi di dog sitter/pensione (75,9%), la netta maggioranza degli italiani spende meno di 30 euro l’anno. Il 16,3% di chi ha un animale ha stipulato un’assicurazione sanitaria, mentre un quinto (19,9%) ha stipulato quella relativa alla tutela legale e alla responsabilità civile.

La sensibilità sociale nei confronti degli animali: vivisezione, caccia, pellicce, circhi e allevamenti intensivi

Si dice contrario all’utilizzo delle pellicce l’81,9% dei cittadini (erano il 79,4% nel 2025), all’utilizzo degli animali nei circhi l’80,5% (76% lo scorso anno), alla vivisezione il 78,7% (senza variazioni da un anno all’altro), alla caccia, infine, il 70% (rispetto al 68,3% del 2025). Rispetto agli allevamenti intensivi per uso alimentare si è registrato il 79,1% di italiani contrari (71,4% nel 2025).

Il popolo vegetariano e vegano e le rappresentazioni sociali associate all’alimentazione vegetariana

Nel 2026, l’8,5% degli italiani sono vegetariani (5,3%) o vegani (3,2%). Un altro 4,9% dichiara di esserlo stato in passato. La maggioranza degli italiani è comunque onnivora (86,6%), anche se il 20,5% dichiara che sarebbe favorevole ad optare per una dieta vegetariana, ma teme di non riuscire a metterla in pratica.

Per il 78,7% degli italiani l’essere vegetariano è una scelta da rispettare e il 55,1% la giudica una scelta ammirevole, a tutela dell’ambiente e degli animali; al contrario, esiste una parte di italiani che esprime pareri negativi su questo stile alimentare (e di vita): il 31,4% dichiara di ritenerla soprattutto una moda; il 31,2% pensa che possa accompagnarsi a fanatismo ed intolleranza nei confronti di chi non compie la medesima scelta e il 22,1% pensa che possa essere una scelta dannosa per la salute.

Integratori alimentari e altri alimenti: tra i giovani è molto diffuso il junk food. L’uso degli alimenti “senza” è ormai un’abitudine anche tra chi non ne avrebbe necessità

Tra gli alimenti “speciali”, i più acquistati sono quelli senza lattosio (33,3%, di cui 13,6% intolleranti e allergici e 19,7% no) e senza zucchero (31,5%; 4,7% intolleranti e 26,8% no). A seguire gli alimenti senza glutine (21,1%; 9,4% perché intollerante/allergico e 11,7% no), senza uova (19%; 3,7% intollerante/allergico e 15,3% no) e senza lievito (18,5%, con il 13,2% che ne fa uso pur non avendo allergie o intolleranze). Nel confronto con lo scorso anno, risultano in lieve aumento i consumi di prodotti “senza”, in particolare senza lattosio (da 27,3% a 33,3%).

Gli italiani che dichiarano di acquistare qualche volta, spesso o abitualmente i mix di frutta secca e semi sono il 68,3%; il 62,6% compra cibi confezionati e ultraprocessati e il 64,4% anche bevande gassate, energy drink e succhi di frutta industriali; il 62,1% fa uso di integratori alimentari e il 57% compra alimenti proteici (High Protein: barrette, yogurt, creme, dessert, bevande, ecc.); è meno frequente l’abitudine al consumo di probiotici e prebiotici (49,5%), semi come lino, girasole, canapa, ecc. (48,4%) e alimenti contenenti cannabis (21,9%).

Rispetto a tutte le altre fasce d’età, l’acquisto di cibi confezionati è maggiormente diffuso tra i più giovani dai 18 ai 24 anni che li mangiano nel 72,9% dei casi (“qualche volta” 37%; “spesso” 24,3%; “abitualmente” 11,6%); la stessa percentuale di giovani compra cibi confezionati e ultraprocessati e il 75,7% usa consumare bevande gassate, energy drink, succhi di frutta industriali.

Quasi 4 italiani su 10 (36,6%) si affidano a figure professionali qualificate nel settore dell’alimentazione, comprendenti nutrizionisti, altri medici o naturopati o a fonti scientificamente affidabili, quali riviste mediche o siti scientifici. Al contrario, poco più di 2 italiani su 10 non si rivolgono a professionisti sanitari qualificati per orientare le proprie scelte nutrizionali, preferendo invece fonti non specialistiche quali Social media, siti privi di validazione scientifica o il consiglio informale di persone vicine, con implicazioni rilevanti in termini di affidabilità e qualità delle informazioni acquisite.

QUI la sintesi del Rapporto.

cdn/AGIMEG