Tre sentenze della Corte di Cassazione ricostruiscono una complessa indagine su un sistema di scommesse clandestine collegato alla criminalità organizzata campana. Le decisioni, pur riguardando imputati differenti, delineano un quadro unitario: una rete strutturata che vedeva coinvolti esponenti dei clan Russo e Licciardi nella gestione di piattaforme di gioco illegali.
Secondo i giudici, il sistema operava tra Napoli e il territorio nolano attraverso siti internet registrati all’estero e una rete di agenzie diffuse sul territorio, utilizzate per raccogliere scommesse al di fuori dei circuiti autorizzati.
Il sistema illecito: piattaforme, intermediari e guadagni
Le indagini, sviluppate tra il 2023 e il 2024, hanno messo in luce un’organizzazione articolata su più livelli. Al vertice vi erano soggetti legati al clan Licciardi, considerati i titolari delle piattaforme di gioco, mentre altri soggetti svolgevano funzioni tecniche e di intermediazione, gestendo i siti e coordinando le agenzie sul territorio.
Le agenzie raccoglievano le giocate e versavano una parte dei ricavi ai livelli superiori della struttura, generando un flusso costante di denaro. Il sistema prevedeva il pagamento di somme per l’utilizzo delle piattaforme e una ripartizione dei profitti tra i vari partecipanti.
Nel tempo, anche il clan Russo si sarebbe inserito nel settore, inizialmente controllato dai Licciardi, contribuendo sia alla gestione delle attività sia al recupero dei crediti maturati nell’ambito delle scommesse illegali.
Le tre decisioni
Le tre sentenze affrontano la posizione di diversi indagati, arrivando però a conclusioni non del tutto identiche.
In un primo caso, la Cassazione ha confermato integralmente la misura cautelare, ritenendo sufficienti gli elementi raccolti dagli inquirenti. In particolare, alcune conversazioni intercettate sono state considerate decisive per dimostrare il coinvolgimento dell’indagato nella riscossione delle somme legate alle scommesse, attività ritenuta funzionale al mantenimento dell’organizzazione.
In un secondo caso, relativo a un soggetto accusato anche di partecipazione a un’associazione mafiosa e di episodi estorsivi, la Corte ha accolto solo in parte il ricorso. I giudici hanno confermato la partecipazione al sistema delle scommesse illegali e al contesto associativo, ma hanno evidenziato criticità su alcune contestazioni specifiche, in particolare quelle legate alle estorsioni, ritenendo necessario un nuovo esame su alcuni punti.
Nel terzo caso, invece, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando anche il ruolo di vertice attribuito all’indagato. Le intercettazioni hanno mostrato come fosse lui a gestire le piattaforme, decidere le condizioni economiche e autorizzare l’ingresso di nuovi operatori nel sistema, elementi ritenuti indicativi di una posizione di comando.
Il nodo giuridico: associazione e gioco illegale
Un punto centrale affrontato dalla Corte riguarda il rapporto tra il reato di associazione per delinquere e quello di esercizio abusivo di attività di gioco e scommesse. La Cassazione ha chiarito che le due fattispecie possono coesistere, poiché la gestione illegale del gioco non richiede necessariamente una struttura stabile, mentre l’associazione implica un’organizzazione più complessa e duratura.
Un’unica rete, ruoli diversi
Nel complesso, le tre decisioni restituiscono l’immagine di un sistema unitario, caratterizzato da una collaborazione tra gruppi criminali diversi ma convergenti su un affare particolarmente redditizio. All’interno della rete, i ruoli variavano: alcuni soggetti gestivano le piattaforme, altri curavano gli aspetti tecnici, altri ancora si occupavano della riscossione dei proventi o dell’imposizione dei pagamenti.
Le differenze tra le sentenze riguardano quindi soprattutto la posizione dei singoli indagati e il peso degli elementi raccolti nei loro confronti, ma non mettono in discussione la struttura complessiva dell’organizzazione, che la Cassazione riconosce come stabile, articolata e pienamente operativa. mg/AGIMEG










