Nell’ambito del diritto tributario, il calcolo e la riscossione delle imposte si sono sempre basati su due princìpi cardine: il concetto di residenza fiscale e quello di stabile organizzazione dell’impresa. Alla base c’è un’esigenza precisa: collegare la ricchezza prodotta al suo territorio di produzione; e, dunque, a dei confini nazionali, entro i quali ogni Stato può esercitare la propria sovranità anche in materia di tassazione. Tuttavia, questo paradigma comincia a vacillare non appena si esce dall’orizzonte terrestre per entrare in quello, per così dire, “celeste”.
La corsa allo spazio, e il trasferimento, ormai anche fisico, di tecnologie e attività economiche in orbita, stanno progressivamente mettendo in crisi questo quadro fiscale di riferimento. La partita futura si giocherà quindi sul terreno dell’aggiornamento normativo: gli strumenti legislativi attuali sono in gran parte obsoleti, come dimostrano ormai numerosi casi giuridici internazionali. Da qui la necessità di una futura Space Tax Law globale, capace, se ben formulata, di superare gli attuali concetti geografici, politici e giuridici. Una normativa che dovrà riconoscere come la dimensione “spaziale” dell’economia richieda un nuovo principio di contribuzione pubblica, fondato su un rinnovato senso di comunità globale.
Attività quali l’estrazione e lo sfruttamento di risorse da corpi celesti (space mining), la gestione di servizi satellitari di comunicazione o di server materialmente collocati, per esempio, sulla Luna o su un asteroide, e perfino il cosiddetto “turismo spaziale”, si svolgono in un territorio letteralmente sconosciuto al fisco, una terra “di nessuno” che, per definizione ancor prima che per trattati internazionali (a partire dall’Outer Space Treaty stipulato sotto l’egida delle Nazioni Unite nel 1967), non può appartenere a nessuno Stato, né tantomeno a privati egoismi.
La questione centrale non è tanto cosa, come e quanto tassare, ma soprattutto secondo quali regole e criteri redistribuire i frutti della ricchezza prodotta in orbita. Lo studio del Laboratorio dell’Eurispes sulle politiche fiscali e tributarie, coordinato dall’Avv. Giovambattista Palumbo, infatti, evidenzia il rischio concreto che senza un’adeguata legislazione lo spazio diventi l’ennesimo paradiso economico e soprattutto fiscale per pochi eletti, generando sperequazioni tra Stati più o meno capaci di investimenti.
L’analisi dei numeri restituisce, del resto, la misura concreta di una partita che non è più soltanto futuribile. Il Lussemburgo, tra i paesi più attivi nell’attrazione di capitali nel settore, ha stanziato per il periodo 2026-2029 115,8 milioni di euro per il programma LuxIMPULSE, all’interno di un pacchetto complessivo di 265,1 milioni di euro destinato al settore spaziale, prevedendo per le start up anche finanziamenti a fondo perduto fino a 150.000 euro. Sul versante comunitario europeo, l’EU Space Act potrebbe comportare costi di autorizzazione nell’ordine dei 100.000 euro per singola piattaforma satellitare e tariffe comprese tra 200.000 euro e 1,5 milioni di euro per i vettori pesanti, con un incremento stimato tra il 3% e il 10% dei costi di produzione dei satelliti e di gestione IT.
Ancora più significativo è il quadro che emerge dalle ipotesi di futura tassazione. Una possibile Orbit Tax (concepita secondo una logica analoga a quella della Carbon Tax) potrebbe partire da circa 14.900 dollari l’anno per satellite, crescendo progressivamente fino a 235.000 dollari entro il 2040; secondo le stime, una gestione fiscale e ambientale delle orbite potrebbe contribuire a far crescere fino a circa 3.000 miliardi di dollari entro il 2040 il valore dell’industria satellitare globale, rispetto a una stima di circa 600 miliardi nello scenario di partenza. Anche la cosiddetta Space Tourism Tax mostra come la leva fiscale possa assumere una funzione non soltanto impositiva ma correttiva: la proposta statunitense in tal senso prevede, tra l’altro, un prelievo pari a circa il 10% del prezzo del biglietto per i voli spaziali commerciali, a fronte di emissioni pro capite che un volo spaziale può generare fino a 60 volte superiori rispetto a quelle di un volo di linea transatlantico.

Alcune possibili proposte per la costruzione di una futura Space Tax Law condivisa a livello internazionale potrebbero andare dall’istituzione di un’Autorità spaziale internazionale, cui affidare la gestione delle risorse e dei proventi derivanti dalle attività extra-atmosferiche, alla definizione di un sistema di royalties sullo sfruttamento delle risorse di Luna e asteroidi, fino all’ipotesi di una tassazione modellata sull’esperienza della Web Tax, fondata non tanto sul luogo di registrazione del satellite o dell’impresa quanto sulla presenza orbitale e sul mercato nel quale vengono generati i ricavi. Tra le proposte trovano spazio, inoltre, una Orbit Tax per finanziare la rimozione dei detriti e compensare le esternalità ambientali delle attività spaziali, una tassazione progressiva sullo space mining e, in prospettiva, perfino una Space Border Tax per i beni prodotti nello spazio e reimportati sulla Terra.
Tratto comune di queste ipotesi di soluzione è l’idea che la fiscalità spaziale non debba limitarsi a trasferire nello spazio i modelli tributari terrestri, ma debba piuttosto costruire un nuovo equilibrio tra sfruttamento economico, sostenibilità e interesse collettivo. I proventi di un’eventuale tassazione internazionale potrebbero così alimentare, da un lato, un Fondo di sostenibilità destinato, per esempio, alla rimozione dei detriti spaziali e, dall’altro, un Fondo di compensazione volto a redistribuire parte delle risorse ai Paesi privi di un accesso diretto allo spazio, secondo il principio di patrimonio comune dell’Umanità. In definitiva, la prospettiva è quella di una fiscalità che non si limiti a stabilire chi debba pagare, ma che definisca anche a chi appartenga, in termini economici e collettivi, la ricchezza prodotta oltre i confini terrestri. lb/AGIMEG

