La Cassazione ha respinto il ricorso presentato da un indagato contro l’ordinanza del Tribunale di Napoli che aveva confermato la custodia cautelare in carcere nell’ambito di un’indagine su un presunto clan camorristico attivo a Nola e nei comuni vicini.
La vicenda riguarda un gruppo accusato di controllare il territorio, condizionare attività economiche e gestire anche affari legati al settore delle scommesse clandestine. Al centro del procedimento ci sono alcuni episodi estorsivi collegati al recupero di un credito maturato proprio nel gioco illegale.
Il ruolo contestato nell’estorsione
Secondo la ricostruzione dei giudici, l’indagato sarebbe intervenuto in una vicenda estorsiva riguardante una richiesta di denaro nei confronti di una persona offesa. Una prima somma, pari a 10mila euro, sarebbe stata già consegnata, mentre una seconda richiesta avrebbe riguardato un importo più alto, pari a 88mila euro.
La difesa sosteneva che l’intervento dell’indagato fosse stato sollecitato dalla stessa persona offesa e avesse avuto l’unico scopo di bloccare la richiesta di pagamento avanzata da altri soggetti. Secondo questa lettura, il suo comportamento non dimostrava un ruolo nel clan, ma al contrario un tentativo di fermare l’azione estorsiva.
La lettura della Cassazione
La Cassazione ha però ritenuto corretta la valutazione del Tribunale di Napoli. Secondo i giudici, l’intervento dell’indagato non poteva essere considerato un fatto neutro o isolato, perché avrebbe inciso sulla gestione di una richiesta estorsiva già avviata da altri appartenenti al gruppo.
In particolare, è stato valorizzato il fatto che l’indagato sarebbe riuscito a bloccare o comunque a sospendere l’azione in corso, imponendo che della questione si discutesse dopo la scarcerazione del padre, indicato nel provvedimento come figura di rilievo nel gruppo.
Per la Corte, questo elemento poteva essere letto come indice della sua capacità di influire sulle dinamiche interne del clan. Una persona del tutto estranea, secondo la ricostruzione confermata dai giudici, difficilmente avrebbe potuto fermare un’iniziativa estorsiva già avviata o essere considerata dagli altri come un interlocutore necessario.
Il peso del gioco illegale
Nel provvedimento viene dato rilievo anche al settore delle scommesse clandestine, indicato come uno degli ambiti di interesse del gruppo criminale. Il credito al centro della vicenda sarebbe infatti nato proprio in questo contesto.
La Cassazione ha quindi ritenuto che il Tribunale avesse motivato in modo sufficiente la decisione, collegando l’intervento dell’indagato non solo alla singola vicenda estorsiva, ma anche al più ampio quadro delle attività illecite del gruppo.
Ricorso respinto
Per la Cassazione, non ci sono vizi evidenti nella motivazione dell’ordinanza impugnata. La Corte ha ricordato che, in questa fase, non deve rivalutare da capo tutte le intercettazioni, ma solo verificare se il ragionamento del Tribunale sia logico e comprensibile. Il ricorso è stato quindi respinto e resta confermata la custodia cautelare in carcere. mg/AGIMEG









