“Mi hanno bruciato una carriera che prometteva bene. Ero di proprietà del Palermo. Senza quella squalifica sarei andato alla Lazio a giocarmela con Peruzzi”. E’ quanto ha detto, in un’intervista a La Gazzetta dello Sport, Generoso Rossi che nella sua carriera ha difeso la porta di Bari, Lecce, Venezia, Siena e poi è stato squalificato per calcioscommesse.
“Non scommettevo sulla mia squadra. Scommettevo sulla Serie C, ma non potevo farlo. Non mi sono mai venduto una partita, come altri che invece giocano ancora. Uno di questi è Masiello, ma penso anche a Fagioli. Io li avrei radiati tutti. Alle 4 di mattina la polizia entrò in casa mia coi mitra e sequestrò conti bancari, telefono e computer. Fui accusato di associazione a delinquere di stampo camorristico. Non trovarono nulla”, ha aggiunto.
Sulle intercettazioni con l’ex calciatore Salvatore Ambrosino ha detto: “In realtà confusero espressioni dialettali con chissà cosa. Fui accusato di aver manovrato un Chievo-Siena finito 1-1 del 2004, e io non giocavo nemmeno. La più grande soddisfazione me la diede Delio Rossi, però. Fu chiamato a testimoniare in merito e parlò di Lecce-Palermo di Serie B, stagione 2002-03, dove centrammo la promozione. Io ero già dei rosanero, ci giocavamo tutto con loro. Vincemmo 3-0 e ne uscii da migliore in campo. Per Rossi era impossibile che uno come me potesse vendersi una partita”. 
“Girare col marchio di “venditore di partite” mi ha fatto male. Se non avessi avuto una famiglia dietro sarei caduto in depressione. Il colpo fu duro, mi creda: quando giocavo ventimila persone mi urlavano “venduto”. La giustizia penale mi ha assolto, quella sportiva invece mi ha condannato. C’è gente che giocava con me a Siena che davvero si giocava la casa”, ha concluso. cdn/AGIMEG

