Ricerca gioco minorile Napoli, prof. Caramiello ad Agimeg: “Il gioco ha due caratterizzazioni: è un fenomeno universale, ma può degenerare nella problematica della ludopatia”

“Mi occupo dello studio sociologico di come i modelli culturali, le strategie estetiche espressive agiscono all’interno dei fenomeni della comunicazione umana. Il gioco è un pezzo centrale e decisivo dell’intera vicenda di Sapiens. Sapiens è un animale che gioca e fa cose strane. Gli animali, per esempio, giocano per addestrarsi alla caccia, poi iniziano a cacciare veramente. Noi invece giochiamo a disegnare gli animali sulle pareti, cosa che non ci apporta neanche un grammo di caloria in più”. Lo ha spiegato ad Agimeg Luigi Caramiello, Professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università degli Studi Napoli Federico II, a margine del convegno sul gioco minorile che si è svolto a Napoli.

Il concetto di gioco tra simulazione e realtà sociale

“Il termine “gioco” è un termine con polivalenza e polisemia. Lo usiamo, infatti, per indicare il “gioco politico”, il “gioco in borsa”, che appartengono all’orizzonte della simulazione. Ad esempio, quando andiamo nelle urne e mettiamo un segno su una scheda, è come se stessimo esplodendo un colpo di revolver verso i nostri avversari, solamente che è una forma simulata. Ma avviene anche quando andiamo in chiesa e qualcuno ci dice di deglutire il corpo di Cristo in forma fisica, eppure è una sfoglia di grano. Questo è meraviglioso: è come se noi è ci riconnettessimo alla nostra radice primigenia di una specie dedita al sacrificio umano a scopo di libagione, ma lo riproponessimo in una chiave assolutamente dissimulata, di simulazione, di gioco, appunto”, ha aggiunto.

Gioco, cultura e reddito: analisi su Napoli

​Riguardo alla ricerca il Prof. Caramiello ha detto: “Devo dire che alcune cose io me le aspettavo. La città di Napoli, la regione Campania, ha un reddito pro capite che è la metà di quello dell’Emilia. E io so dalle ricerche precedenti, perché ho pubblicato diversi lavori sul tema del gioco, che il gioco attecchisce in maniera più intensa nelle aree di crisi, nelle aree di disagio. Perché, praticamente, quando un individuo avverte l’impraticabilità di strategie di fitness, di successo sul terreno dell’industria, del mercato, dell’artigianato, del lavoro in senso lato, è più propenso ad affidarsi a questa speranza, che a Napoli c’ha anche un connotato apotropaico — noi siamo la città del lotto, della smorfia, dei numeri. Ma al di là di questo connotato di antropologia culturale, in realtà io credo che il disagio sia una molla che sollecita l’investimento sulla speranza”.

Gioco, tra fenomeno sociale e rischio patologico

“Le differenze fra classi sociali, classi culturali e classi economiche sono quasi irrilevanti, sono minime. Quindi non è solo chi ha un problema di sopravvivenza che va a sperare nel lotto o nella scommessa. Le nostre classi abbienti o benestanti sono comunque conteggiate nella media matematica della metà delle classi abbienti dell’Emilia. Il dato permane, perché se ragioniamo in termini di medie, la media comprende tutte le fasce reddituali. E quindi le nostre fasce reddituali vivono anche loro probabilmente delle forme di disagio. Ma al di là di questo, il gioco ha due caratterizzazioni: una è quella di “fenomeno”, una è quella di “problema”.

Il fenomeno è un fenomeno universale, generale, legato alla curiosità, alla sfida, al gusto del rischio che ha questa nostra specie, al gusto di prefigurare il futuro — perché scommettere significa prefigurare su una possibilità di futuro. E questo è il fenomeno. Il problema è il suo manifestarsi in forme devianti, in forme disagiate, in forme che la scienza definisce ludopatiche; oppure manifestarsi in rapporto ai minori a cui è vietato. Perché la società verso i minori deve semplicemente esprimere l’obbligo della protezione e della tutela. Perché se gli impediamo di votare o se gli impediamo di firmare assegni, evidentemente ci assumiamo la responsabilità di impedirgli anche di fare scelte che potrebbero essere rovinose per il loro futuro. È una responsabilità che sta in capo alle famiglie, alla scuola e in ultima istanza allo Stato, cioè alla comunità sociale”, ha detto.

Gioco d’azzardo, studio sui minori: il ruolo decisivo della famiglia

Nella ricerca sono stati rilevati i comportamenti dei minorenni dai 15 ai 18 non compiuti, con confronti con delle rilevazioni sia sui giovani che hanno già compiuto i 18 anni, ma da pochi anni (quindi 18-24), sia sui genitori. “Questo è servito a scoprire una cosa molto importante che è uno dei fulcri delle evidenze che sono emerse dalla ricerca – ha sottolineato -: il fatto che la presenza in un nucleo familiare di un giocatore compulsivo o anche di un giocatore abituale accresce di gran lunga la probabilità che il minore si dedichi a queste pratiche.

Per poter scoprire questo dato, avevamo bisogno di fare delle valutazioni di carattere comparativo. Inoltre, il tasso di incidenza del fenomeno nei due cluster è più o meno simile. Non cambia”, ha concluso.

gpm/AGIMEG