Secondo la ricerca “Valutazione del fenomeno del gioco minorile con vincita in denaro a Napoli”, realizzata dal Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II sotto la direzione scientifica del professore Luigi Caramiello, i minorenni che a Napoli giocano puntando denaro sono il 34% del totale, considerando tutti coloro che hanno giocato almeno una volta nell’ultimo anno. La rilevazione è stata effettuata dall’Istituto Demoscopico Noto Sondaggi ed è stato lo stesso Antonio Noto, che guida l’istituto, a spiegare il metodo utilizzato e le finalità di questo lavoro.
“La ricerca non aveva l’obiettivo principale di quantificare i giovani che giocano ma piuttosto il loro comportamento. Per questo, abbiamo diviso il territorio della città di Napoli in tre aree. Per la sua struttura urbanistica non è divisibile per caratteristiche socioeconomiche perché in uno stesso quartiere convivono più ceti sociali. Quindi, abbiamo considerato in ogni quartiere il ceto prevalente. È come se avessimo diviso la città in tre città diverse che poi compongono l’intera Napoli”.
I fattori incidenti
“Il fenomeno è del tutto trasversale. Anche se la città l’abbiamo divisa in tre aree, abbiamo visto che è presente in tutte e tre. Certo, ci sono delle prevalenze maggiori in un quartiere rispetto all’altro, ma non c’è una demarcazione netta fra quartieri che vengono considerati a più alto reddito e quelli con situazione economica più precaria”.
“Viene confermata la prevalenza maschile, rispetto alle donne, ed è un fatto ben noto. Ma abbiamo rilevato che la differenza non è così netta perché anche le donne giocano molto, per quanto meno rispetto agli uomini. Abbiamo anche visto che chi frequenta i licei ha una minore propensione al gioco – ha aggiunto – rispetto a chi frequenta istituti tecnici. Ma anche qui non c’è una distanza tra le due categorie. Si tratta di una differenza di proporzioni: la scelta della formazione scolastica non è un fattore determinante sul comportamento nei confronti del gioco con vincita in denaro”.

“Altro elemento preso in considerazione è la familiarità. Coloro che hanno in famiglia persone più adulte che praticano il gioco hanno loro stessi una maggiore probabilità di giocare. Ma anche qui, non si escludono affatto quelli che non hanno alcun esempio in famiglia da emulare. Può essere, invece, più importante la rete sociale, amicale”, ha proseguito Noto durante il convegno.
“Lo stile di vita è altrettanto significativo: c’è una correlazione tra il gioco e altri comportamenti come assumere alcool, fumare molto, consumare abitualmente energy drink. Quindi, impedire il gioco non porta automaticamente a benefici immediati perché ci sono altri comportamenti a rischio”.
Come si concentra l’attività di gioco a Napoli
“Le scommesse sportive sono sicuramente le più praticate, anche legate al tifo calcistico, e coinvolgono il 30% del campione. Si tratta di qualcosa che è stato normalizzato, rispetto a quello che succedeva alcuni decenni fa quando chi scommetteva veniva visto come un soggetto un po’ borderline. Questo porta a sfumare la demarcazione tra ciò che è legale e quello che legale non è. Un minorenne che vede il padre scommettere su una partita, non ha la percezione che per lui una puntata sia, invece, vietata dalla legge”, ha detto.
“Il Gratta e Vinci viene subito dopo le scommesse sportive seguito dalle scommesse virtuali, entrambi con percentuali che si aggirano intorno al 15%. Tra gioco online e fisico c’è una certa differenza: sembra che sia più difficile ai minorenni accedere al gioco online rispetto al gioco fisico”.
“Esiste una consapevolezza del divieto di gioco per i minorenni? L’80% ne è perfettamente consapevole, ben informato, ma viene percepito come un divieto non categorico. Come se ci fosse la convinzione di non commettere un reato così importante. E questo è forse indotto anche dagli scarsi controlli. Molto diffuso, invece, il timore di perdere soldi e di incorrere nella dipendenza. Quindi, il fenomeno del gioco viene percepito come legalizzato a tutti i livelli. Ma chi lo pratica ha poi paura delle conseguenze che ne possono derivare”, ha sottolineato.
“L’80% dei minori conosce le sale giochi che si trovano nel proprio quartiere. La maggior parte dei minorenni sa che il gioco è illegale ma lo pratica comunque. E su questo bisogna forse riflettere”, ha concluso Noto. gpm/AGIMEG

