Home Attualità Rapporto Italia 2026, Fara (Eurispes): “Serve una nuova visione collettiva per il futuro dell’Italia”

Rapporto Italia 2026, Fara (Eurispes): “Serve una nuova visione collettiva per il futuro dell’Italia”

Gian Maria Fara EurispesGian Maria Fara Eurispes
Il Rapporto Italia 2026, giunto quest’anno alla 38a edizione, ruota attorno a 6 capitoli, ciascuno dei quali offre una lettura dicotomica della realtà esaminata, e si struttura attraverso 6 saggi e 60 schede fenomenologiche. Vengono affrontati, quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Eurispes ritiene rappresentativi della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese.
Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2026 sono:

Rapporto Italia, Fara: “La realtà corre più veloce delle previsioni”

Le Considerazioni generali a firma del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, aprono il Rapporto Italia e tratteggiano la situazione del Paese offrendo una lettura di alcuni dei processi in atto: “Per anni, dalle pagine del Rapporto Italia, abbiamo segnalato le fratture che nel nostro Paese si andavano allargando: la crisi della rappresentanza, l’erosione della democrazia, il ritiro dell’individuo dalla sfera pubblica, la desertificazione demografica, l’arretramento della scuola e della sanità, il divario strutturale tra Nord e Sud.
Abbiamo descritto i “giganti che ci sovrastano”, ossia le sfide principali che minacciano le nostre società, e abbiamo sollecitato “il coraggio di avere coraggio”. Guardando il Paese nelle sue dinamiche profonde, d’altronde, si ha la sensazione che la realtà abbia corso più veloce di ogni previsione. E come Medardo di Terralba, Il Visconte Dimezzato di Calvino, ferito in guerra da una cannonata che lo divide in due metà, lo osserviamo diviso in due parti, ognuna delle quali tira dalla sua, senza trovare accordo e interezza”.

Rapporto Italia, Fara: “Crisi demografica ed economica minacciano il futuro”

“L’Italia del 2026 – spiega il Presidente dell’Eurispes – è un Paese che si trova dinanzi a una costellazione di crisi che non sono emergenze da gestire con il metodo del rattoppo, ma di nodi che, se non sciolti, rischiano di stringerci in una morsa irreversibile. Il nostro sistema valoriale, istituzionale, economico, sociale, demografico è sottoposto a pressioni che esigono risposte e non ammettono rinvii.
Benedetto Croce scrisse che «la storia è sempre storia contemporanea». Oggi questa affermazione risuona con tutta la sua gravità. Ciò che chiamiamo passato – i decenni di inerzia, di populismo, di riforme rinviate – abita il presente e lo condiziona. Non siamo liberi di ricominciare da capo, possiamo solo scegliere da dove ripartire.
L’Italia è la terza economia dell’area euro; eppure, paradossalmente, il nostro è uno dei Paesi sviluppati con la crescita più lenta, con il più alto debito pubblico tra le democrazie avanzate, con il più basso tasso di natalità d’Europa, con un flusso di emigrazioni giovanili tra le più consistenti del continente.
Le nostre stime più recenti indicano che l’Italia perde almeno 34.700 giovani che emigrano ogni anno: un caso unico in Europa. È lo stesso Paese che, tra il 1950 e il 1970, trasformò una nazione agricola, uscita a pezzi dalla guerra, in una potenza industriale. Quella generazione non era più intelligente di quella odierna: era semplicemente più disposta a sacrificare il presente per costruire il futuro. Questa disponibilità è il capitale che abbiamo dilapidato”.

Democrazia e algoritmi, l’allarme del Rapporto Italia Eurispes

“C’è una domanda – secondo Fara – che, da qualche anno, in tanti si pongono: la democrazia liberale è ancora in grado di governare la complessità del XXI secolo? Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno che si può definire la “cattura dell’agenda pubblica” da parte di soggetti privati: le decisioni di interesse collettivo vengono prese in sedi non pubbliche, mentre la sfera privata degli individui è diventata un grande libro aperto, spesso condizionato da algoritmi che conoscono di noi più di quanto conosciamo noi stessi.
In tale contesto, il sistema democratico tradizionale mostra crepe profonde. Non perché sia sbagliato nei suoi princìpi, ma perché le sue Istituzioni sono state progettate per un mondo che non esiste più. L’Italia non è immune da questo processo. La nostra crisi della rappresentanza è numerica ma è prima di tutto simbolica. I cittadini non si astengono perché non capiscono il valore della democrazia ma perché non si fidano più del fatto che il voto cambi qualcosa.
Quando il dibattito politico viene ridotto a slogan, quando la multicomplessità viene sistematicamente banalizzata, quando i talk show e i Social sostituiscono le Aule parlamentari come arena del confronto politico, o le Aule giudiziarie, i processi si svolgono nei salotti televisivi; la democrazia si svuota lentamente”.

Intelligenza artificiale tra opportunità e rischi per la società

“Viviamo in un’epoca – prosegue il Presidente Fara – in cui la narrazione dominante si concentra sull’Intelligenza artificiale, strumento potente e trasformativo, capace di ridisegnare interi settori economici e di modificare in profondità la struttura delle imprese, la organizzazione dei servizi, il mercato del lavoro; e, tuttavia, rimane uno strumento senza valori, senza coscienza e senza responsabilità.

E, soprattutto, non ha un’agenda propria perché risponde a quella di chi la controlla. Ma regolamentare l’Intelligenza artificiale con gli strumenti concettuali del diritto del Novecento è come cercare di arginare un fiume in piena con un secchio.

Accanto alle grandi opportunità di modernizzazione e sviluppo, locale e globale, create dall’Intelligenza artificiale, esistono situazioni di grande rischio e negatività che riguardano non soltanto il controllo dei comportamenti delle persone, ma soprattutto l’impoverimento del loro pensiero critico, e la diffusione del cosiddetto “pensiero corto”, processi che possiamo identificare con l’espressione “Ignoranza Artificiale”.

L’Intelligenza artificiale e l’Ignoranza artificiale sono due processi che hanno cominciato a combinarsi tra loro in questa fase di nuovo ciclo politico, economico e tecnologico che è solo nella fase iniziale del suo percorso evolutivo”.

Fara (Eurispes): Recuperare il “senso dello Stato” per il futuro del Paese

“Una generazione senza grandi obiettivi è una generazione senza futuro. Ed ecco un altro nodo nevralgico: l’Italia ha bisogno di grandi cause, cioè di obiettivi collettivi condivisi attorno ai quali mobilitare energie, risorse, intelligenze. Ma, per coglierle occorre una politica capace di pensiero lungo. E il pensiero lungo è incompatibile con il ciclo elettorale permanente e con la logica del consenso estemporaneo.

Occorre – secondo Gian Maria Fara –  recuperare ciò che per i Padri Costituenti era il “senso dello Stato”: l’idea che esistano interessi superiori a quelli di partito, di coalizione, di mandato elettorale. È una posizione che riconosce la differenza tra chi governa per sé e chi governa per la comunità. Tra il politico che chiede: “cosa posso promettere per vincere le prossime elezioni?” e il politico che chiede: “cosa devo fare per lasciare il Paese in condizioni migliori di come l’ho trovato?”.

La seconda domanda è quella giusta ed è anche la più difficile da porsi. Esiste un processo in atto che riguarda il nostro Paese ma anche l’intera comunità internazionale: il potere decisionale ha trovato casa altrove. Lo troviamo nelle piattaforme tecnologiche che decidono che cosa milioni di persone vedono ogni giorno orientando, insieme ai consumi, credenze, valori e modi di pensare.

Lo troviamo nei fondi di investimento globali che condizionano le politiche economiche degli Stati. In reti di potere informali che si incontrano in dimore private piuttosto che nelle Aule parlamentari e che dispongono delle risorse finanziarie per concretizzare il costrutto filosofico di una società che vada oltre la democrazia. E che hanno la convinzione che la loro visione sia l’ineluttabile destino dell’umanità“.

Europa come Gulliver immobilizzato dai lillipuziani

“Chi abbia buona memoria, ricorderà che nel 1999, quasi trent’anni fa, dalle pagine di questo Rapporto, affidammo all’immagine di Gulliver bloccato dai lillipuziani il compito di descrivere un’Italia bloccata, imbrigliata, legata al suolo da una miriade di piccoli fili, che nell’insieme la immobilizzavano. Era la vigilia del Terzo millennio, e il gigante di Swift sembrava la metafora più calzante per un Paese che possedeva tutte le risorse per correre, eppure restava impedito nei suoi movimenti. Quella metafora non è invecchiata, ha trovato anzi un soggetto ancora più adatto al quale essere applicata: l’Europa.

Un gigante molto più grande del nostro Paese, con risorse incomparabilmente superiori, con un primato storico, culturale, scientifico e civile che nessun altro continente può vantare.
I lillipuziani che hanno immobilizzato il gigante europeo – sottolinea il Presidente dell’Eurispes – non sono nemici dell’Europa: sono i suoi stessi fondatori e custodi. Sono i governi nazionali che, nel momento in cui dovrebbero cedere sovranità per guadagnare potere collettivo, si ritraggono istintivamente verso il proprio “particulare”. Sono le burocrazie di Bruxelles che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto.

Sono i partiti politici nazionali che hanno imparato a usare l’Europa come capro espiatorio di ogni difficoltà interna, scaricando su Bruxelles la responsabilità di scelte che avrebbero dovuto rivendicare come proprie.

Si è formato, dunque, un sistema nel quale le decisioni sono prese troppo lentamente perché devono passare attraverso il filtro di ventisette interessi nazionali spesso divergenti e nel quale le risorse comuni sono distribuite secondo logiche di compensazione anziché di strategia. La frammentazione è tale che la politica estera europea di fatto non esiste”.

Europa efficace nelle emergenze ma debole nella strategia

“Allo stesso modo – aggiunge -, la difesa comune resta un cantiere aperto da decenni, mentre le minacce alla sicurezza del continente sono cresciute in modo esponenziale e la modifica degli assetti internazionali ridisegnano le nostre fragilità. Tuttavia, di fronte alle emergenze, l’Europa, in alcune circostanze, ha risposto con una dose di pragmatismo che non va sottovalutata: basti pensare all’emergenza da Covid-19. Quando la necessità diventa urgenza, il sistema europeo riesce ad esprimere una qualche capacità di reazioneMa reagire non è la stessa cosa che guidare. E l’Europa, finora, ha quasi sempre reagito: agli shock esterni, alle crisi improvvise, alle pressioni dei mercati e non ha quasi mai guidato.

Non servirà mettere mano ai regolamenti per semplificarli, quello che occorre è compiere scelte di civiltà. In questo caso, i fili da sciogliere sono quelli della burocrazia che immobilizza e insieme i nodi della sovranità, ben più resistenti perché sono intrecciati con l’identità, con la storia, con la cultura e anche con le paure, gli stereotipi e le credenze dei diversi Stati”.

Serve una nuova visione collettiva per il futuro dell’Italia

“Come ha scritto Antonio Gramsci, parafrasando Romain Rolland, “il pessimismo dell’intelligenza” non deve impedire “l’ottimismo della volontà”. E l’ottimismo della volontà significa credere che valga la pena di impegnarsi, anche quando i risultati non sono certi o quando il percorso è difficoltoso e le forze sembrano insufficienti.

L’Italia ha vissuto già stagioni di grande progresso e trasformazione. Queste trasformazioni non furono indolore. Ma furono guidate da una visione: dall’idea che ci potesse essere un “dopo” migliore del “prima”, e che valesse la pena di lavorare per costruirlo. Siamo sempre più consapevoli del fatto che oggi quella visione manca. O è frammentata in visioni parziali che finiscono per contraddirsi o entrare in conflitto. Questa mancanza è ciò che più profondamente l’Italia deve affrontare.

Per costruire una visione collettiva dobbiamo essere disposti ad affrontare un difficile processo di dialogo e compromesso che richiede Istituzioni credibili, una cultura politica matura, una società civile attiva, un sistema dell’informazione che si riappropri del proprio ruolo di pilastro della democrazia nella diffusione dei saperi seguendo le regole del pluralismo. E che, soprattutto, sappia svolgere il proprio ruolo senza diventare, di volta in volta, il megafono di una parte o dell’altra”, aggiunge.

L’Italia come il “Visconte dimezzato” di Calvino

Conclude il Presidente dell’Eurispes: “Il 38° Rapporto Italia che presentiamo oggi non pretende di essere quella visione. È uno sguardo sulla realtà del Paese – il più rigoroso che la nostra metodologia ci consente. Un Paese contraddittorio, spesso, se vogliamo, anche scoraggiante, ma straordinariamente ricco di risorse, di talenti, di bellezza, di intelligenza e di saperi.

Un Paese che, come il Visconte dimezzato di Calvino, contiene in sé le sue contraddizioni e le sue differenze: la parte che vuole restare immobile e la parte che vuole cambiare, la parte che guarda al passato e la parte che immagina il futuro.

La speranza, e la scommessa, è che le due metà trovino finalmente il modo di riconciliarsi in un’identità più intera, capace e all’altezza di ciò che la storia ci chiede”. cdn/AGIMEG

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