“Le iniziative di prevenzione sono pensati per essere rivolti ai soggetti vulnerabili ma poi vengono prese in considerazione misure generaliste. Perché?”. È con questo concetto che Laura D’Angeli, senior advisor gaming e fondatrice dello Studio D’Angeli, ha iniziato il suo intervento a Giocare da grandi, l’evento organizzato da Formiche.net per presentare l’ultima ricerca di Swg sul gioco patologico in Italia.
“Io mi chiedo perché mettiamo un cartello informativo che magari un soggetto con appunto delle difficoltà emotive o delle dipendenze non legge neanche, sottoponendolo a tutti, quindi anche a chi non può percepire il senso di quel messaggio. Viviamo nell’epoca dei cookie che riescono a farci arrivare i messaggi più coerenti con le ricerche che ciascuno di noi ha effettuato sul web, e poi organizziamo azioni pensate per i giocatori a rischio raggiungendo, invece, tutti quelli che non vivono questa condizione”.
Per D’Angeli, anche la formazione può contribuire a mirare la prevenzione e gli interventi di recupero ai soggetti che realmente ne hanno bisogno. Per esempio, i medici di famiglia possono essere formati per individuare le fragilità di alcuni soggetti anche dai segnali che possono arrivare dagli stessi familiari. Così come anche i pediatri in libera scelta.
“La sola formazione non può essere risolutiva” ha concluso “se non si coinvolge la rete di contatti del giocatore. La famiglia, innanzitutto. Che si può coinvolgere mettendo a disposizione alcune informazioni per un intervento preventivo. Prima, cioè, che in un loro familiare si sviluppi una patologia da gioco compulsivo”. sm/AGIMEG

