Operazione All In: resta in carcere l’imprenditore al centro dell’inchiesta. Cassazione: “Soldi dei clan utilizzati per allestire una rete di scommesse illegale”

Resta in carcere l’imprenditore palermitano – che gestiva diverse sale giochi e scommesse – arrestato lo scorso giugno nel corso dell’indagine All In coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi della Dda di Palermo. Lo ha stabilito la Prima Sezione della Corte di Cassazione respingendo il ricorso intentato dall’uomo contro il provvedimento di custodia cautelare in carcere emesso dal Tribunale di Palermo. Secondo gli inquirenti, l’imprenditore si sarebbe servito di ingenti somme di denaro messe a disposizione dalla famiglia di Palermo Centro per allestire le agenzie di scommesse, si trattava di centri con regolare concessione dell’ADM ma che poi veicolavano una fetta consistente delle giocare su dei circuiti illegali. La Suprema Corte, sintetizzando il quadro descritto dal Tribunale di Palermo, parla di un “imprenditore colluso, pur non inserito nella struttura organizzativa del sodalizio criminale”. E spiega che tra l’uomo e “Cosa Nostra si era instaurato un rapporto sinallagmatico nell’ambito del quale il primo aveva potuto estendere la sua attività imprenditoriale godendo della protezione del sodalizio e potendo fare ricorso alle risorse finanziarie dell’associazione, mentre quest’ultima si era potuto avvalere – dell’imprenditore – al fine di investire i suoi capitali illeciti, consolidare la sua presenza nel settore dei giochi e delle scommesse e rafforzare il suo controllo sul territorio”. L’uomo, inoltre, “manteneva intensi rapporti” con un pregiudicato “esponente di spicco del mandamento di Pagliarelli, mettendo a suo servizio i suoi contatti e le sue capacità imprenditoriali al fine di controllare il settore dei giochi e delle scommesse nel territorio di competenza: aveva favorito l’apertura di centri scommesse da parte di soggetti segnalati” dal clan. La Cassazione respinge quindi come “sparse”, “parziali” e “prive di supporto probatorio” le argomentazioni alla base del ricorso. E spiega che anche se “alcune vicende possano trovare differenti spiegazioni (…) non cambia affatto il quadro complessivo”; ad esempio il ricorso non prova a smontare uno degli elementi fortemente valorizzati dal Tribunale del Riesame “alla luce dell’entità della somma”. Non fa infatti “alcun accenno dell’investimento di un milione di euro” di cui l’imprenditore parlava in una conversazione, somme che il clan avrebbe riversato nelle agenzie di scommesse. lp/AGIMEG