Indagine Doxa: il distanziometro “consegna” il giocatore problematico all’illegalità e lo allontana dal controllo sociale

“L’impianto normativo messo a punto per cercare di contenere il gioco d’azzardo patologico ha degli errori. Prima di tutto si tende a voler stroncare l’offerta di gioco, dietro la convinzione che, eliminata o inibita la possibilità di giocare o di giocare agevolmente, il giocatore entri autonomamente in una condizione di protezione dal gioco patologico”. E’ quanto sottolinea il report della Doxa sull’impatto delle leggi regionali sul gioco.

“Questa convinzione ha però dei limiti: allontanare l’offerta di gioco tende a disinibire il giocatore sociale più che quello che ha già sviluppato una relazione problematica o patologica con il gioco; osteggiare il gioco lecito crea delle aree grigie facilmente colonizzabili dall’illegalità; depauperare il territorio dell’offerta di gioco fisica può dirottare il giocatore verso forme di gioco online, più difficilmente controllabili e più pericolose dal punto di vista del monitoraggio sociale, il giocatore diventa infatti invisibile. Si intravede uno spirito di “prevenzione” che tuttavia ha un sapore fortemente proibizionistico”.

“La normativa per il contenimento del gioco d’azzardo appare viziata già dalla filosofia di partenza che la anima, si concentra sul gioco e non sul giocatore, agisce indiscriminatamente sull’offerta di gioco al fine di avvilirne la capacità e danneggia il comparto “facendo il gioco” della componente illegale dell’offerta”.

“Per quanto riguarda le varie leggi regionali, c’è un’estrema frammentarietà di leggi e norme rivolte al contenimento del gioco d’azzardo. Regioni e Comuni, nel tempo, si sono sovrapposti ad una cornice legislativa nazionale dai confini incerti, reinterpretandone i diversi punti e generando uno scenario confuso e altamente discrezionale”.

“Le conseguenze sono state: un’iniqua disparità a livello territoriale, con Regioni più severe e altre più flessibili; un’ulteriore micro-frammentazione a livello comunale, con la possibilità per i giocatori che intendono continuare a giocare di spostarsi da una zona all’altra e dunque con la sostanziale inefficacia della norma stessa; una forte incertezza per gli imprenditori del settore, con disastrose conseguenze per gli investimenti fatti e in programma e per il comparto degli impiegati nella filiera; la mancanza di un serio e costruttivo confronto tra tutte le parti in causa”.

“Il presupposto che anima le principali misure adottate è quello del criterio di inibizione “spaziale”, ovvero il distanziometro, o temporale, con la riduzione degli orari di apertura delle sale, che non è supportato da un attento studio delle condizioni del territorio su cui si intende eseguirlo. I distanziometri si rivelano in molti casi una misura espulsiva, specialmente nelle regioni che li applicano retroattivamente e che non hanno proceduto a rivedere o ridurre il numero e la tipologia dei luoghi sensibili. In questo senso, la Puglia appare un territorio da prendere ad esempio, perché ha ammorbidito la rigidità delle norme e non le applica alle realtà già esistenti. Di segno opposto la situazione del Piemonte e dell’Emilia Romagna, in cui di fatto si registrano concreti problemi di riallocazione dei punti gioco e si mettono a repentaglio imprese che hanno già investito”.

“Le misure così restrittive agiscono principalmente sul giocatore sociale, che si lascia intimidire dalla maggiore difficoltà a giocare, mentre si “consegna” il giocatore problematico ad un maggiore rischio di illegalità o ad una minore visibilità e controllo sociale, spingendolo verso il mondo online o verso la frequentazione di sale fuori mano”.

“Inoltre, si incide pesantemente sul mondo del lavoro, con sale costrette a chiudere, orari ridotti per i lavoratori, perdita dei posti di lavoro e riallocazione di dipendenti su altre sale”. sb/AGIMEG