“Il mercato in Gran Bretagna è enorme: circa 22,5 milioni di consumatori giocano regolarmente“. Il dato è stato fornito da Andrew Rhodes, CEO della Gambling Commission, nel discorso tenuto al briefing della Commissione lo scorso 6 novembre.
“È un’attività economica e sociale di massa, con benefici e criticità ben note a tutti. Nella discussione pubblica però, alcuni fatti si perdono in mezzo al clamore. Non è compito della Commissione prendere posizione morale sul gioco: il nostro ruolo è licenziare e regolamentare. Saranno altri a decidere quali debbano essere esattamente i nostri compiti, ma non possiamo ignorare che oggi attorno a questo settore c’è un dibattito molto acceso”.
Rhodes ha chiarito quali sono i margini di azione della Gambling Commission. “Il Governo definisce la politica; noi lavoriamo dentro i confini della legge e delle indicazioni che ci vengono date. Il nostro obbligo è mirare a permettere il gioco quando avviene nel rispetto degli obiettivi di licenza, e continuerà a essere il nostro approccio. Sappiamo che il dibattito è vivace e, dove possiamo, offriamo dati ed evidenze per informarlo in modo corretto”.
“Ci sono molte discussioni su norme, autorità locali e su dove il gioco debba o non debba essere consentito. Ma intervenire sulle scelte delle autorità locali non rientra nel nostro ruolo, né nel nostro finanziamento. Questo, tuttavia, ha generato casi mediatici e legali molto impegnativi”.
I numeri del gioco illegale
Rhodes ha proseguito con alcuni dati sugli interventi effettuati. “Uno dei temi più discussi negli ultimi anni, e particolarmente oggi, è quello del gioco illegale. Tre anni fa abbiamo creato un team dedicato. Più di recente il nostro reparto Ricerca e Statistica ha pubblicato una serie in quattro parti su questo fenomeno, per aiutare a informare il dibattito. Siamo stati estremamente attivi e, parlando con molti regolatori nel mondo, non ne abbiamo trovati che abbiano investito in questo campo quanto noi”.
“Sappiamo comunque di non coprire tutti i rischi esistenti, ma i dati di questo solo esercizio finanziario mostrano la scala del nostro intervento: abbiamo emesso 480 “cease and desist” a inserzionisti e operatori; abbiamo segnalato 188.297 URL ai motori di ricerca e visto 104.192 URL rimossi; abbiamo segnalato 659 siti per la rimozione dagli indici; abbiamo interrotto l’attività di 504 siti, fatti chiudere o bloccare“.
“Siamo qui per tutti i consumatori: se qualcuno si auto-esclude e decide di non giocare perché è la cosa giusta per lui, non dovrebbe essere preda di criminali o organizzazioni che operano nel mercato illegale. È inaccettabile. Allo stesso modo, chi opera nel mercato regolato paga licenze, tasse, applica misure di tutela dei clienti e prende decisioni delicate ogni giorno: è giusto che senta che esiste almeno un certo livello di equità”.
“Abbiamo visto che i sotto i 25 anni sono i meno propensi a impostare limiti di deposito autonomamente, ma sono i più inclini a raggiungere soglie dove emergono rischi finanziari. In quel segmento abbiamo constatato che gli operatori intervengono proattivamente impostando limiti di deposito perché li considerano clienti a maggior rischio”.
“Guardando avanti, ci sono diverse sfide. Una riguarda il regime delle white label. Una scappatoia ideata nel 2014, per ragioni che allora avevano una logica, oggi ci crea problemi. Alcuni articoli hanno sostenuto che la Commissione avrebbe ‘ammorbidito’ la propria posizione: non è vero. Riteniamo sbagliato che soggetti senza licenza in Gran Bretagna possano sponsorizzare club di calcio di questo Paese”. sm/AGIMEG










