Home Attualità Cassazione: definitive le sanzioni al Casinò di Venezia per i mancati controlli sulle operazioni del broker

Cassazione: definitive le sanzioni al Casinò di Venezia per i mancati controlli sulle operazioni del broker

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ha messo la parola fine alla battaglia legale del Casinò di Venezia sulla maxi-sanzione antiriciclaggio legata al caso del broker che bruciò milioni di euro dei propri clienti ai tavoli. La Suprema Corte ha respinto il ricorso per revocazione proposto dalla società Casinò di Venezia Gioco S.p.A. e dal suo legale rappresentante contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze, rendendo definitive le violazioni contestate e la relativa responsabilità.

All’origine del procedimento c’è la vicenda di un consulente finanziario che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, tra il 2011 e il 2015 avrebbe dilapidato circa 9,6 milioni di euro, in buona parte al Casinò di Venezia, utilizzando i risparmi di decine di risparmiatori che gli avevano affidato il proprio patrimonio. La confessione resa nel marzo 2015 alla Guardia di Finanza fece scattare gli approfondimenti anche sul fronte antiriciclaggio, portando a contestare alla casa da gioco l’omessa segnalazione di operazioni sospette.

Nel 2018 il Ministero dell’Economia irrogò una sanzione amministrativa di circa 250 mila euro alla società di gestione del Casinò. Quest’ultima si difese sostenendo di aver adempiuto agli obblighi previsti, limitati – a suo dire – alla tracciabilità dei flussi e all’identificazione dei vincitori, e sostenendo che l’operatività di quel cliente non presentasse profili anomali tali da giustificare una segnalazione. Tribunale e Corte d’Appello di Roma hanno però confermato la multa, ritenendo inadeguati i controlli svolti dall’operatore di gioco.

Nel 2024 la Cassazione aveva già respinto un primo ricorso, affermando un principio chiaro: gli obblighi antiriciclaggio non si esauriscono in verifiche formali. L’operatore, ha ricordato la Corte, deve acquisire informazioni su scopo e natura del rapporto, verificare la coerenza delle operazioni con il profilo del cliente e, ove necessario, approfondire anche l’origine dei fondi impiegati.

Su questo punto la società concessionaria ha tentato l’ultima carta, proponendo ricorso per revocazione. La difesa ha sostenuto che la Cassazione fosse incorsa in un “errore percettivo”. La Suprema Corte ha respinto l’argomento alla radice, ribadendo che la propria valutazione si era svolta sul piano del diritto e ritenendo corretta la lettura del giudice di merito, e non era frutto di alcuna svista percettiva: proprio per questo il vizio revocatorio non può essere invocato per rimettere in discussione un giudizio di diritto.

Con il rigetto del motivo “rescindente”, la Cassazione non ha esaminato il motivo “rescissorio”, in cui il Casinò tentava di riproporre il terzo motivo del ricorso originario. Resta ferma, invece, la parte della precedente ordinanza che aveva riconosciuto l’applicabilità del regime sanzionatorio più favorevole, imponendo una futura rideterminazione al ribasso dell’importo, ma senza rimettere in discussione la fondatezza della contestazione.

La Corte ha quindi rigettato il ricorso di revocazione e condannato i ricorrenti al pagamento delle spese in favore del Ministero dell’Economia e delle Finanze, liquidate in 8.200 euro oltre accessori di legge, dando atto anche dell’obbligo di versare l’ulteriore contributo unificato previsto in caso di impugnazione respinta. sm/AGIMEG

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