Petrosino, la mafia imponeva una tassa sulle slot: 850 euro al mese per poter lavorare. Tutti i dettagli della maxi inchiesta

La presunta organizzazione mafiosa operante a Petrosino, in provincia di Trapani, avrebbe gestito un sistema estorsivo nel settore delle slot. Le aziende che volevano installare e gestire gli apparecchi avrebbero dovuto versare 850 euro in contanti ogni mese, entro il giorno 15, come condizione per poter lavorare.

L’inchiesta e il sistema dei pagamenti

In un’inchiesta di Tp24 viene sottolineato che i pagamenti fossero effettuati da dipendenti dell’imprenditore V.C. e consegnati a esponenti della famiglia mafiosa locale. Il denaro sarebbe poi stato distribuito tra i membri dell’organizzazione e destinato anche al sostegno dei detenuti e delle loro famiglie.

A consegnare materialmente il denaro sarebbero stati due dipendenti, F.A. e A.L.P.. I destinatari, secondo l’accusa, erano inizialmente M.B. e A.M..

Le indagini descrivono un sistema stabile e organizzato, in cui Cosa nostra non si limitava a chiedere il pizzo, ma avrebbe esercitato un controllo diretto sul mercato, decidendo chi poteva operare nel settore del gioco in cambio di un pagamento periodico.

Il controllo sul settore delle slot

A Petrosino, secondo Procura e Gip, accanto all’amministrazione pubblica operava una struttura mafiosa parallela che controllava il settore delle slot. Il clan decideva chi potesse installare gli apparecchi, regolava la concorrenza, risolveva le controversie e offriva una “protezione” che serviva a difendere gli operatori dai rischi creati dalla stessa organizzazione criminale.

In pratica agiva come una vera autorità sul territorio, imponendo regole e pagamenti grazie alla forza intimidatoria. L’ordinanza richiama anche un precedente episodio: dopo il furto di alcune slot, M.B. e D.M. furono condannati per l’incendio del camion usato da uno dei responsabili del furto, a conferma del messaggio imposto dal clan: gli apparecchi sotto la sua protezione non potevano essere toccati. La cosiddetta “protezione” era quindi la prova concreta del controllo mafioso sul territorio.

Gli incontri al Bar Woodhouse

Le indagini individuano il Bar Woodhouse come frequente luogo d’incontro tra gli indagati, senza che ciò implichi alcuna responsabilità per i gestori del locale. Tra dicembre 2021 e giugno 2022, gli indagati A., L.P., B., M. e C. si incontrano più volte nel bar, dove, secondo gli investigatori, vengono organizzate e gestite le riscossioni del pizzo.

Le conversazioni intercettate mostrano come il pagamento delle estorsioni fosse considerato un rapporto ormai consolidato, sintetizzato dall’espressione “a posto”, che indicava il mantenimento degli accordi. Dalle intercettazioni emerge anche la dimensione economica del sistema: il denaro estorto serviva a sostenere le spese quotidiane del gruppo.

Il calendario dei pagamenti emerge da una conversazione del 14 giugno 2022: B. si sorprende perché gli incaricati sono passati con un giorno d’anticipo rispetto al consueto 15 del mese, ma precisa che ciò che conta è ricevere il pagamento. Secondo gli investigatori, questa regolarità mensile dimostra un sistema stabile e organizzato, più simile a un’imposta mafiosa che a un’estorsione occasionale.

La cassa comune mafiosa

Dopo l’arresto di M. B. nel settembre 2022, il sistema di riscossione del denaro non si interrompe: la gestione passa ad A.M., che continua a ricevere le somme dai dipendenti dell’impresa. Una parte del denaro viene trattenuta da M., mentre il resto viene consegnato alla moglie e alla figlia di B..Slot machine

Secondo gli investigatori, si tratta della cosiddetta cassa comune mafiosa, un meccanismo che garantisce sostegno economico ai detenuti e alle loro famiglie, rafforzando fedeltà e disciplina all’interno dell’organizzazione.

Dalle intercettazioni dei colloqui nel carcere Pagliarelli emerge inoltre che B. continuerebbe a controllare la gestione del denaro anche dalla detenzione. Attraverso un linguaggio fatto di soprannomi, gesti e riferimenti criptici, chiede conto delle somme ricevute e impartisce istruzioni.

Un welfare criminale finanziato dall’economia legale

Dal quadro ricostruito emerge un sistema organizzato di distribuzione del denaro: gli 850 euro riscossi ogni mese venivano in parte trattenuti da M. per il proprio sostentamento e in parte destinati ai familiari di B.. Non si trattava solo di un guadagno personale, ma di un vero e proprio welfare criminale, finanziato dagli imprenditori e, indirettamente, dall’economia legale.

Tuttavia, il denaro rappresentava solo l’aspetto più visibile di un fenomeno più ampio: la pretesa della famiglia mafiosa di esercitare il controllo sul territorio. Chi operava nel settore delle slot era costretto a sottostare alle regole del clan, pagando un canone, rispettando gli equilibri imposti e rivolgendosi agli uomini dell’organizzazione per risolvere controversie.

Il metodo mafioso si fondava non solo sulla violenza, ma soprattutto sulla credibilità della minaccia e sulla sua accettazione come regola consolidata, tanto che le riscossioni potevano avvenire apertamente e senza bisogno di intimidazioni esplicite: la minaccia era ormai incorporata nel sistema stesso. cdn/AGIMEG