Lo storico telecronista sportivo Sandro Piccinini è intervenuto sul tema delle risorse per il calcio italiano nel corso del podcast Basement di Gianluca Gazzoli, dove gli è stato chiesto un giudizio sull’ipotesi, attribuita al neopresidente della FIGC Giovanni Malagò, di reintrodurre la pubblicità delle scommesse per reperire nuovi fondi a sostegno del movimento.
Piccinini ha riconosciuto la legittimità dell’idea, ma ne ha ridimensionato l’urgenza, spostando l’attenzione sul nodo dei bilanci dei club e sulla valorizzazione dei calciatori italiani.
Una misura legittima che però non è la priorità
Piccinini ha inquadrato la proposta sulle scommesse come un intervento accettabile, pur ritenendolo lontano dalle questioni davvero centrali per il sistema.
“Si parla in questi giorni di Malagò. È un dirigente che sa tutto, che non ha bisogno di consigli, però è un politico e quindi, anche solo per essere eletto, ha dovuto dare delle garanzie. La prima cosa che viene in mente a tutti adesso è: liberalizziamo il mercato delle scommesse, così i club possono avere una percentuale sugli introiti enormi che vengono generati dalle scommesse. È legittimo, per carità, e secondo me anche giusto, ma non mi sembra proprio la prima priorità, la cosa fondamentale.
Si può sistemare quella parte e poi andare a chiedere qualcosa dall’altra parte, certo, però il club poi deve spendere meno: se guadagna di più ma continua a spendere di più non cambia niente. Quindi bisognerebbe imporre regole ancora più ferree, perché c’è già qualcosa a livello UEFA che impone un controllo dei bilanci, però si potrebbe fare di più”.
Il nodo dei costi e il divario con la Champions
Il telecronista ha poi spostato il ragionamento sui conti dei club, citando il caso del Napoli come esempio di gestione più sostenibile:
“Questo vale anche per il campionato, perché anche la Serie A è cambiata. Io commento le partite di Champions League e alcune sembrano un altro sport rispetto a quello che facciamo noi. Per quale motivo? Perché lì ci sono tanti soldi e la società fa capire all’allenatore e ai giocatori che quelle partite sono più importanti delle altre. Che abbia torto o ragione non lo so, ma è sempre un discorso economico.
In Serie A di soldi ce ne sono tanti, ci sono i diritti TV, c’è chi partecipa alla Champions, quindi se ne maneggiano parecchi, ma se fossero spesi un po’ meglio le cose potrebbero migliorare: se le società imparassero a spendere meno, come ha fatto per esempio il Napoli ultimamente, se gli ingaggi dei giocatori fossero ridotti o ci fosse un tetto, come ha deciso De Laurentiis da qualche anno. Se invece rincorri sempre un guadagno ulteriore, se guadagni 100 spendi 100 e se guadagni 200 spendi 200, aumenti il fatturato ma aumenti anche le spese, e non cambia niente, vai sempre in difficoltà”.
La valorizzazione dei giocatori italiani e la “rivoluzione” attesa
In chiusura Piccinini ha legato il tema dei calciatori italiani al ruolo della federazione, esprimendo dubbi sulla capacità di Malagò di portare a termine un cambiamento profondo:
“Il discorso di rendere conveniente per una società investire sul giocatore italiano è poi una conseguenza, ma anche quello è un tema che deve affrontare la federazione: deve porre dei paletti per rendere conveniente a una società comprare italiano, penso a una detassazione, deve far sì che a un club convenga prendere il giocatore italiano. P
erò l’italiano poi lo devi andare a cercare, e tutti devono avere accesso. È una rivoluzione, non so se Malagò è in grado di farla, però certamente lui sa quali sono i problemi: poi vedremo se riuscirà a risolverli”. fp/AGIMEG









