Slot imposte nei bar, Cassazione: è estorsione se si elimina la concorrenza con minacce

La Corte di Cassazione è intervenuta su una vicenda legata all’imposizione di slot machine in alcuni esercizi commerciali, confermando la responsabilità dell’imputato per estorsione, ma disponendo un nuovo giudizio limitatamente alle aggravanti mafiose e al trattamento sanzionatorio.

Il procedimento riguarda fatti commessi tra marzo e giugno 2007. Secondo l’accusa, alcuni soggetti avrebbero imposto ai titolari di un bar la collocazione di slot machine fornite da una società a loro riconducibile, facendo rimuovere quelle installate da un’altra ditta di noleggio videogiochi. La Corte d’appello di Napoli aveva confermato la condanna pronunciata dal Tribunale di Avellino per estorsione pluriaggravata e atti di concorrenza sleale aggravati.

La tesi della difesa

La difesa sosteneva che il fatto non dovesse essere qualificato come estorsione, ma come violenza privata. Secondo questa impostazione, la condotta avrebbe imposto ai gestori del locale un semplice “fare”, cioè rimuovere alcuni apparecchi e sostituirli con altri, senza una vera disposizione patrimoniale immediata.

Veniva inoltre richiamato un processo parallelo nei confronti di altri imputati, concluso con una diversa qualificazione giuridica degli stessi fatti e con l’esclusione dell’aggravante del metodo mafioso. Secondo la difesa, la Corte d’appello avrebbe dovuto tenere conto di quell’esito e motivare in modo più approfondito la scelta di confermare la condanna per estorsione.

Il vantaggio economico nel settore delle slot

La Cassazione ha respinto questa parte del ricorso. Secondo i giudici, la vicenda aveva una chiara rilevanza economica, perché l’imposizione delle slot serviva a eliminare la concorrenza all’interno del locale.

Il profitto ingiusto, per la Corte, consisteva nel vantaggio commerciale ottenuto dalla società che forniva gli apparecchi: lavorare senza la presenza di un operatore rivale. A subire il danno non erano solo i titolari del bar, privati della possibilità di scegliere liberamente a chi affidarsi, ma anche la ditta concorrente, che perdeva il guadagno derivante dalla presenza delle proprie macchine.

Per questo motivo, la Cassazione ha confermato che la condotta integra estorsione e non semplice violenza privata. Il fatto che in un altro processo gli stessi fatti siano stati valutati diversamente non vincola automaticamente il giudice chiamato a decidere su un imputato diverso.

Le aggravanti da rivalutare

La Cassazione ha invece accolto il ricorso nella parte relativa ad alcune aggravanti. In particolare, i giudici hanno ritenuto insufficiente la motivazione sull’aggravante dell’essere stato il fatto commesso da soggetti associati a un’organizzazione mafiosa.

La Corte ha osservato che la condanna per associazione mafiosa nei confronti di altri concorrenti era successiva ai fatti contestati. Per questo occorre verificare se l’imputato potesse conoscere, all’epoca, quella qualità soggettiva dei correi. Su questo punto la Corte d’appello non aveva fornito una risposta adeguata.

È stata ritenuta carente anche la motivazione sull’uso del metodo mafioso. Secondo la Cassazione, la sentenza impugnata non indicava fatti concreti dai quali ricavare che gli autori della condotta si fossero effettivamente avvalsi di modalità mafiose.

Cosa succede ora

La Cassazione ha annullato la sentenza solo con riferimento alle aggravanti mafiose e al trattamento sanzionatorio, rinviando la causa a un’altra sezione della Corte d’appello di Napoli.

Resta invece definitiva la responsabilità per il reato di estorsione. Il giudice del rinvio dovrà riesaminare le aggravanti contestate, valutare le conseguenze sulla pena e verificare anche il tema della prescrizione per il reato di concorrenza sleale. mg/AGIMEG