Follia Auls di Bologna: “Più tumori e infarti per i ludopatici”. Studio su 50 persone l’anno, con problemi anche di alcol e droga. Dati contrastanti nello studio

Oltre alla dipendenza dall’azzardo, i giocatori patologici hanno più probabilità di ammalarsi di tumore o di malattie cardiocircolatorie rispetto alle altre persone. E sono più frequenti anche i suicidi o i tentativi di togliersi la vita. A certificarlo è uno studio condotto dall’Osservatorio dipendenze dell’Auls di Bologna, guidato da Raimondo Pavarin, e presentato ieri nel corso di un convegno dedicato alla ludopatia. “Ci sono pochi studi sulla salute dei giocatori patologici”, sottolinea Pavarin. L’osservatorio ha analizzato i casi di 826 persone nel periodo 1992-2018 (circa 50 l’anno, ndr) legate a diagnosi per gioco patologico, di cui l’87% in carico ai Sert. In maggioranza si tratta di uomini, con età media superiore ai 47 anni (ma per le donne è più alta). Il 12% sono stranieri. Oltre alla diagnosi per ludopatia, l’8,7% presentava anche dipendenza da alcol (soprattutto stranieri), il 9,7% dipendenza da sostanze, in particolare tra i più giovani, e il 40,8% ha avuto una diagnosi per disturbi mentali, ad esempio depressione, in maggioranza donne. Dei casi presi in esame sono stati 37 i decessi: il 3,7% tra gli uomini e il 7,8% tra le donne. Il 57% è morto a causa di un tumore, il 14% per patologie cardiocircolatorie e il 5% per suicidio. Il tasso di mortalità è di 9,6 decessi ogni mille giocatori (il dato contrasta con le 826 persone citate nello studio nelle quali 37 morte, quindi il 4,4%, ndr) ed è più elevato in caso di tumore, soprattutto tra le donne. Dallo studio emerge quindi che i giocatori patologici hanno il 38% di possibilità in più di morire rispetto alla popolazione generale, per una qualsiasi patologia. Probabilità che diventa doppia invece per quanto riguarda i tumori al polmone o al fegato, dovuti soprattutto allo stile di vita.

Secondo lo studio dell’Ausl di Bologna, inoltre, tra i ludopatici è quattro volte più frequente il suicidio, tasso che arriva addirittura a 28 volte in più tra le donne. Allo stesso modo, è quattro volte superiore anche il rischio di tentato suicidio. L’incidenza dei nuovi casi cresce fino al 2015, poi risulta in calo. “Ma questa coorte non è rappresentativa di tutti i giocatori patologici – avverte Pavarin – perché solo uno su dieci si rivolge ai servizi per il trattamento”. Lo fa cioè chi è già grave o chi subisce più pressioni o chi non ha più reti sociali intorno a lui a cui chiedere aiuto. Per questo, sostiene il direttore dell’osservatorio Ausl, “occorre promuovere e far conoscere di più i servizi, ma anche offrire percorsi innovativi” per raggiungere tutti i giocatori patologici. Secondo Pavarin, del resto, “in Italia si è dato un messaggio sbagliato. Dicendo che tutti quelli che giocano possono sviluppare una dipendenza, non abbiamo fatto un buon servizio. Si è fatta confusione perché un conto è giocare, un conto è rovinarsi e un conto è diventare ludopatici”. Inoltre, continua il direttore dell’osservatorio, “si è medicalizzata la risposta e questo ha rafforzato lo stigma, invece di diminuirlo”. Per cui un giocatore patologico “si rivolge tardi ai servizi”. Vige ancora “lo stereotipo” per cui un giocatore patologico “è un egoista, avido, irresponsabile e impulsivo. Questo rappresenta un barriera al trattamento e la persona si vergogna a rivolgersi ai servizi – insiste Pavarin – dietro al gioco ci sono problemi sociali, psicologici e sanitari, che andrebbero trattati singolarmente. Invece l’unica risposta che è stata sviluppata finora è stata solo quella medica, abbiamo medicalizzato un problema sociale”, critica il direttore dell’osservatorio. lp/AGIMEG

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